Presunzione di innocenza, magari si avesse paura delle conferenze stampa (di V. Vecellio)

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ANSA/LUCA ZENNARO (Photo: LUCA ZENNARO ANSA)
ANSA/LUCA ZENNARO (Photo: LUCA ZENNARO ANSA)

(Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Valter Vecellio, attivista, politico e giornalista, in replica a quanto scritto su Huffpost dal segretario Unicost Stefano Latorre)

Paura delle conferenze stampa delle procure? Magari se ne avesse. E magari si procedesse con i proverbiali piedi di piombo. Proprio per le ragioni addotte da chi si oppone alla loro limitazione “se non in casi eccezionali, di particolare rilevanza pubblica dei fatti”. Casi su cui, comunque, si potrebbe eccepire. Per esempio: quelli di cui si occupa il procuratore Nicola Gratteri, come rubricarli? La famosa inchiesta “Basso profilo” che ha visto coinvolto l’ex segretario dell’UDC Lorenzo Cesa, esplosa proprio mentre il governo Conte cerca spasmodicamente il sostegno di nuovi alleati, e finita poi in una bolla di sapone, rientra nei “casi eccezionali”? Non mi sembra che in quella, come in altre simili parate mediatiche, ci sia stato molto spazio per attingere “in modo esaustivo e completo, le informazioni sui procedimenti penali dalla Procura”. Colpa e responsabilità dei giornalisti, certamente: che si limitano a registrare in modo acritico le “informazioni” che vengono loro gentilmente confezionate; colpa e responsabilità delle televisioni e delle radio, certamente, che si prestano a trasmettere immagini girate dalle forze dell’ordine, e brani di intercettazioni telefoniche accuratamente selezionate dalla fonte stessa, e sappiamo bene come un’intercettazione possa significare tutto e il suo contrario. Però è pur vero che chi “stecca”, chi si azzarda a timide obiezioni, poi viene additato e isolato. E questo è un qualcosa che non viene accettato dalla maggior parte dei direttori e capi-redattori. È un do ut des, quello tra procure e redazioni, che va in qualche modo se non spezzato, almeno arginato.

Ho frequentato per troppi anni aule di giustizia, tribunali, e seguito piccoli e grandi processi per non essermi radicato nella convinzione che non solo la “notizia” di un procedimento è bene sia concentrata in un comunicato stampa, ma che sarebbe perfino doveroso omettere il nome del titolare dell’inchiesta, parlare genericamente di “Procura”; che sarebbe da rendere obbligatorio anche nelle cronache giornalistiche il contraddittorio: ascoltare la versione della procura, ma anche i difensori; e soprattutto, seguire lo svolgimento dei processi, riferirne le varie fasi: non foss’altro per non restare sorpresi quando certi verdetti contraddicono le iniziali ipotesi accusatorie.

Ovvio che il conformarsi alla direttiva europea non basta: ci sarà sempre una “manina” disposta a fornire copia di un verbale secretato, a illustrare i passaggi salienti e “interessanti” di una mega-ordinanza. Ma è pur sempre un passo nella giusta direzione.

Il comunicato costringerà tanti colleghi a lavorare di più, a non accontentarsi di ricopiare “in bella” i verbali e le dichiarazioni del procuratore? Dovranno cercare ulteriori “fonti”? In fin dei conti è per questo che sono pagati, non per essere ligi amanuensi.

È la cronaca quotidiana, che dovrebbe indurre a qualche riflessione (e non sembra finora che accada). Il primo episodio riguarda l’ex presidente della regione Basilicata Marcello Pittella, coinvolto nell’ambito del processo sulla cosiddetta Sanitopoli lucana. Nel luglio 2018 Pittella viene arrestato e costretto alle dimissioni; l’accusa è aver pilotato alcuni concorsi per l’azienda sanitaria di Matera. Giorni fa lo hanno assolto. Pittella racconta che sono stati “anni difficili, duri, è stato un mostro sbattuto in prima pagina”. Che la stessa cosa sia capitata a tanti, non è un’attenuante, non è una giustificazione; rende solo più grave e inaccettabile l’accaduto. Rende ancora più indispensabile provvedere con rimedi che impediscano altri analoghi episodi: che possa essere distrutta credibilità e onore, e poi, dopo anni, ci si accorga che è stato uno sbaglio, un errore. La vicenda Pittella dovrebbe essere l’occasione per una riflessione su questi odiosi meccanismi giudiziari e giornalistici che distruggono una persona; a indurla, a volte, a compiere gesti estremi come togliersi la vita; valga per tutti il recentissimo caso del consigliere regionale piemontese Angelo Burzi. Invece nulla. Per un paio di giorni imbarazzate cronache, e poi il caso viene frettolosamente archiviato.

L’altro episodio riguarda Bernardo Petralia, direttore delle carceri. Intervistato da ”Repubblica″, dice molte cose interessanti; e una giustamente enfatizzata nel titolo. Il suocero di Petralia, penalista, gli dice che ”per ogni toga sarebbe utile vivere per qualche settimana la vita del carcere. Adesso capisco fino in fondo quelle parole″. È lo stesso “consiglio”, dato più di trent’anni fa, da Leonardo Sciascia, nella prefazione a un libretto: “Storie di ordinaria ingiustizia”: tutti i magistrati, completato il tirocinio, un paio di settimane a Poggioreale o all’Ucciardone, per imparare sulla propria carne cosa comporta il difficile mestiere del giudicare, e la pesante responsabilità che si assume nel farlo. Magari entrasse a far parte del “bagaglio” di chi vuole amministrare la giustizia. Un “consiglio”, evidentemente, da estendere anche ai giornalisti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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