"Price cap" su petrolio russo: più facile a dirsi che a farsi

Un cartello con il simbolo del G7 al castello di Elmau, vicino a Garmisch-Partenkirchen

(Corregge cognome analista da Mallinson a Bronze)

LONDRA (Reuters) -I leader dei G7 hanno concordato di studiare un possibile tetto sul prezzo di petrolio e gas russi per cercare di limitare la capacità di Mosca di finanziare l'invasione dell'Ucraina, secondo alcuni alti funzionari.

Alcune figure di primo piano, tra cui la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen, sostengono che la misura limiterà il prezzo che la Russia riceve per i propri prodotti energetici, consentendo al contempo ai consumatori occidentali di continuare a rifornirsi.

Di seguito sono riportate alcune delle domande più frequenti sul 'price cap' e sulle sfide che si potrebbero presentare.

È GIÀ STATO FATTO IN PASSATO?

Un meccanismo simile era stato introdotto nel 1995 dalle Nazioni Unite nell'ambito del programma "Oil for Food", per consentire all'Iraq, ai tempi sottoposto a sanzioni, di vendere petrolio in cambio di cibo e medicinali.

Il programma, introdotto dall'amministrazione del presidente Usa Bill Clinton, aveva lo scopo di soddisfare i bisogni umanitari degli iracheni, impedendo al contempo al governo di Saddam Hussein di potenziare le proprie capacità militari.

Gli acquirenti di petrolio versavano il denaro su un conto vincolato gestito dalla banca Bnp Paribas. Il denaro veniva utilizzato per pagare i risarcimenti al Kuwait per la guerra, le operazioni Onu in Iraq, e Baghdad poteva acquistare articoli regolamentati con i fondi rimanenti.

Il programma si era tuttavia dimostrato vulnerabile, con diversi episodi di corruzione e abusi che vennero riportati.

Inoltre, mentre negli anni '90 i Paesi Onu erano concordi nell'imporre sanzioni al governo di Saddam Hussein, oggi sono divisi sull'invasione russa dell'Ucraina, che il Cremlino definisce "operazione militare speciale".

Cina, India e Pakistan sono tra i 35 Stati che si sono rifiutati di condannare la Russia. Cina e India sono diventati i maggiori acquirenti di petrolio russo, beneficiando di prezzi fortemente scontati, mentre l'Europa ha drasticamente ridotto le proprie importazioni.

QUAL È L'OBIETTIVO DI UN CARTELLO DI ACQUIRENTI?

I Paesi occidentali affermano di voler incoraggiare le vendite di petrolio russo a livelli solo di poco superiori ai costi di produzione, per garantire che i guadagni della Russia si riducano pur mantenendo attiva la produzione.

Oggi le entrate di Mosca dal petrolio sono più alte rispetto a prima del 24 febbraio, giorno di inizio dell'invasione, con l'aumento dei prezzi globali che è andato a compensare l'impatto delle sanzioni.

Tamas Varga, della società di brokeraggio petrolifero Pvm, ha detto che l'idea di un tetto massimo di prezzo rappresenta una prova che i divieti diretti sul petrolio russo sono stati controproducenti, alla luce dell'aumento dei ricavi per Mosca.

Ma creare un cartello di acquirenti per restringere il flusso di petrodollari verso Mosca, e contemporaneamente alleviare la pressione sui prezzi del petrolio, è difficile.

"La grande incognita è la reazione di Vladimir Putin", ha detto Varga.

Se il presidente russo decidesse di ridurre le esportazioni di petrolio o di gas, il piano si ritorcerebbe contro chi l'ha attuato e porterebbe ad un ulteriore aumento dei prezzi: "È uno scenario da incubo, sia per l'Europa che per la Russia".

QUALE LIVELLO PER IL TETTO?

Con i prezzi del Brent stabilmente a quota 110-120 dollari al barile, il petrolio russo viene venduto con forti sconti di 30-40 dollari al barile e gli acquirenti cinesi e indiani stanno sfruttando l'occasione.

"I Paesi del G7 vogliono ridurre i ricavi del petrolio russo e questo implica un tetto massimo di prezzo ben al di sotto di quello che gli acquirenti pagano attualmente. Alcuni sostenitori di una riduzione molto aggressiva fanno riferimento ai bassi costi di produzione della Russia e sostengono che continuerebbe a vendere petrolio a qualsiasi prezzo superiore a questo livello", ha detto Richard Bronze di Energy Aspects.

I costi di produzione russi sono stimati intorno ai 3-4 dollari al barile e le aziende russe potrebbero con ogni probabilità trarre profitto anche se il prezzo del petrolio fosse di 25-30 dollari al barile.

IL TETTO PUÒ FUNZIONARE ASSICURANDO LE SPEDIZIONI?

Secondo Louise Dickson di Rystad e Bronze, l'imposizione di un tetto al prezzo del petrolio russo potrebbe avvenire tramite un'assicurazione sulle spedizioni.

L'International Group of Protection & Indemnity Clubs di Londra assicura circa il 95% della flotta mondiale di navi petrolifere.

Agli acquirenti di petrolio russo potrebbe essere offerta una deroga al divieto di assicurazione marittima europea, che entrerà in vigore all'inizio di dicembre, nel caso in cui paghino un prezzo uguale o inferiore al 'price cap'.

Tuttavia gli ostacoli sono molti.

"Il più ovvio è che la Russia potrebbe non accettare di vendere a quei prezzi, soprattutto se il tetto fosse molto basso e vicino ai costi di produzione", ha detto Dickson.

"In effetti, Putin ha già dimostrato la sua volontà di tagliare le forniture di gas naturale ai Paesi dell'Ue che si sono rifiutati di soddisfare le richieste di pagamento".

Altra incognita è rappresentata dalla Cina, che potrebbe accettare comunque le assicurazioni russe, secondo Dickson.

La Russian National Reinsurance Company (Rnrc), controllata dallo Stato, è diventata il principale riassicuratore delle navi russe.

CINA E INDIA COLLABORERANNO?

L'India ha fornito la certificazione di sicurezza per dozzine di navi, consentendo le esportazioni di petrolio russo.

"La Russia e alcuni acquirenti stanno già trovando alternative ai mercati assicurativi europei, utilizzando una combinazione di assicurazioni locali e garanzie sovrane. Quindi questo meccanismo non costringerebbe a una piena partecipazione al price cap", ha detto Bronze.

Inoltre, le assicurazioni europee potrebbero non voler essere responsabili del monitoraggio del price cap e potrebbero decidere di non coprire queste operazioni anche se fossero disponibili delle deroghe.

La Ue dovrebbe anche modificare le sanzioni approvate a fine maggio, il che richiederebbe un sostegno unanime.

"Considerati i difficili negoziati di maggio, alcuni paesi sono preoccupati all'idea di riaprire la questione e di dare all'Ungheria e ad altri una nuova occasione per chiedere altre concessioni", ha detto Bronze.

(Tradotto da Luca Fratangelo, editing Francesca Piscioneri)

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