In prima linea senza assicurazione. I giovani medici contro il coronavirus

Marco Gritti

Sono medici a tutti gli effetti. Hanno studiato sei anni, si sono laureati, hanno superato l'esame di abilitazione (che con il dpcm del 17 marzo, n.18, il cosiddetto Cura Italia, è stato peraltro abolito) e lavorano negli ospedali di tutta Italia. Sono i medici specializzandi e, per combattere l'emergenza coronavirus, sono stati naturalmente arruolati. 

Proprio in quel decreto, infatti, il governo ha stabilito che “al fine di far fronte alle esigenze straordinarie ed urgenti derivanti dalla diffusione del Covid-19 [...], fino al perdurare dello stato di emergenza, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale possono procedere al reclutamento [...] di medici specializzandi iscritti all'ultimo e al penultimo anno di corso delle scuole di specializzazione [...] conferendo incarichi di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata continuativa, di durata non superiore a sei mesi, prorogabili in ragione del perdurare dello stato di emergenza sino al 2020”. Che cosa significa? 

Specializzandi ai tempi del coronavirus: partita Iva e niente assicurazione

Abbiamo chiesto ai presidenti di due delle associazioni che rappresentano i medici specializzandi (Massimo Minerva di Associazione Liberi Specializzandi, ALS, e Mirko Claus di Federspecializzandi) di spiegare concretamente che cosa accadrà d'ora in avanti per questi medici. 

In poche parole, spiega Minerva, significa lavorare a partita Iva, venendo pagati un tot per ogni ora lavorata, esattamente come i liberi professionisti. “Ma tutto questo comporta problemi di tipo assicurativo - fa notare il presidente di ALS - In questo modo lo specializzando si accolla tutte le responsabilità del proprio lavoro. Occorre stipulare assicurazioni che coprano i rischi e, siccome in situazioni di emergenza sanitaria i morti sono tanti, i premi da pagare sono più alti del normale”. 

Per questo motivo, aggiunge Claus, “la formula ideale per noi sarebbe stata quella di un contratto subordinato a tempo determinato, che consenta di fruire delle stesse tutele di quelli a tempo indeterminato”, prima fra tutti la copertura assicurativa a carico dell'azienda per la quale si lavora. Un dettaglio, quello che riguarda l'assicurazione, non di poco conto: “Conosco pochi medici che fanno certi tipi di lavoro, tra i quali gli anestesisti, che non hanno mai ricevuto una denuncia” per il lavoro prestato, ammette Minerva. 

“Gli specializzandi sarebbero utilissimi, ma ogni scuola decide per sé” 

Lasciando da parte la questione degli incarichi di lavoro autonomo, c'è un altro aspetto da considerare: quello che riguarda il lavoro di ogni giorno negli ospedali italiani dei medici specializzandi. “Se fossimo in un paese civile, penso che il ministero stabilirebbe una regola sull'utilizzo degli specializzandi valida per tutti - sostiene Minerva - Sia chiaro, gli specializzandi non sono studenti, sono medici in grado di imparare rapidamente che cosa fare anche in situazioni come il Covid-19”.

Invece, prosegue il presidente di ALS, “regioni e scuole vanno ognuna per conto proprio e chi decide che cosa può fare sono i direttori. Se ognuna delle 1.100 scuole che accolgono gli specializzandi decide singolarmente cosa fare, c'è o no qualche problema?”

“Non abbiamo bisogno di eroi, ma di un sistema che ci tuteli”

“Gli specializzandi sono in prima linea e desiderosi di rispondere al dovere etico della loro professione, ma occorrono tutele”, sostiene Claus. Tra queste, naturalmente, ci sono le questioni che da giorni tengono banco nell'opinione pubblica, in particolare per quanto riguarda la fornitura dei dispositivi di protezione individuale (guanti, mascherine, tute) necessari a evitare il contagio in corsia, ma non solo.

“Abbiamo vissuto una prima fase di emergenza dove i colleghi specializzandi che lavorano nei reparti di pneumologia, di malattie infettive e in anestesia e rianimazione sforavano abbondantemente il monte orario previsto dal contratto - prosegue Claus - Crediamo che la dignità del lavoro passi anche dal riconoscimento di un'equa retribuzione”, motivo per cui quanto previsto dal decreto Cura Italia (al netto della questione assicurativa) è un passo in avanti. 


Da settimane, l'impegno e il sacrificio a cui sono chiamati medici, infermieri e operatori sanitari è notevolmente aumentato: un dovere che spesso finisce per essere definito eroismo, come ha fatto anche il premier Giuseppe Conte in un post su Facebook del 21 marzo scorso. 

“Riteniamo che non servano eroi - sostiene però Claus - Come medici siamo persone che hanno scelto di svolgere una professione che ha un alto valore etico e deontologico, che non ha bisogno di essere innalzata o al contrario denigrata”. Pochi giorni prima che scoppiasse il coronavirus, d'altronde, “si discuteva del tema della violenza nei confronti degli operatori sanitari”, ricorda il presidente di Federspecializzandi. 

Sciopero? “In emergenza sarebbe irresponsabile, ma siamo stufi del trattamento”

Non sono pochi, sulle pagine Facebook delle associazioni di specializzandi, i commenti di chi si dice stufo del trattamento riservato loro (in particolare per quanto riguarda il cosiddetto imbuto formativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo) e pronto a scioperare. 

“No, uno sciopero in questo momento è impensabile - spiega Claus - Il dovere deontologico è troppo importante e lasciare scoperte fasce di popolazione non sarebbe una risposta. Quello che è inaccettabile è il modo in cui le istituzioni, a volte anche con dileggio, ci hanno trattato”. 

La richiesta, dunque, è un'altra: “Abbiamo bisogno di un sistema che tuteli i professionisti e dia loro i dovuti riconoscimenti. Chiediamo non di essere incensati nel momento del bisogno, ma che governi e regioni garantiscano attenzione continua sulle esigenza del personale”, prosegue il presidente di Federspecializzandi. “Pensiamo che sia il capitale umano a fare davvero la differenza nel Sistema sanitario nazionale, e che sia in gran parte grazie alle persone che ci lavorano se siamo in grado di garantire speranze di vita e risultati di salute alla popolazione che vanno ben oltre a quello che potremmo aspettarci visti i finanziamenti ricevuti”. 

Per avere un'idea su quest'ultimo punto - anche confrontando i dati italiani rispetto agli altri paesi Ocse - può essere utile leggere il rapporto dell'Osservatorio Gimbe che nel 2019 ha riassunto i definanziamenti subiti nello scorso decennio dal Sistema sanitario nazionale italiano.