Primo piano - dai quotidiani

Dmo

Roma, 7 nov. (askanews) - I titoli delle prime pagine dei quotidiani nazionali di oggi sono dedicati quasi interamente alla questione dell'Ilva, al braccio di ferro tra il governo e ArcelorMittal e alle minacce di licenziamenti. Fanno da sfondo le polemiche dell'opposizione e i dissidi nella maggioranza rosso-gialla.

Sul Corriere della Sera si legge il quadro delle richieste di ArcelorMittal per restare e poi il retroscena sulla rabbia del premier Giuseppe Conte per il voltafaccia degli indiani. 'Addio. O, forse, arrivederci. Siamo solo all'inizio di una delicata partita a scacchi tra governo e ArcelorMittal. In palio il destino dell'acciaieria più grande d'Europa. La multinazionale ribadisce la volontà di andarsene. Ma di fatto ieri ha cominciato a mettere sul tavolo le «condizioni» per rimanere. Il prezzo è alto: dimezzare i posti di lavoro. Il dilemma ora per il governo è il seguente. Trattare, mettendo in conto un ridimensionamento del sito e la concessione una volta per tutte della garanzia dello scudo penale. Oppure andare a muso duro, mettere in conto l'uscita di ArcelorMittal, valutando anche la temporanea nazionalizzazione. Dopo tre oreemezza di consiglio dei ministri, il governo sceglie questa seconda strada'. 'Cruciale il ruolo del tribunale di Milano. Era già successo quando nella vicenda dei vecchi proprietari, la famiglia Riva, fu proprio il tribunale del capoluogo lombardo a trovare i fondi in Svizzera della famiglia di acciaieri e a fare in modo che queste risorse possano essere utilizzate per la copertura dei parchi minerali. Tornando a oggi, per questo genere di cause civili la pronuncia del giudice potrebbe arrivare nel giro di mesi. La reintroduzione immediata da parte del governo dello scudo penale sgombrerebbe il campo da quello che la stessa multinazionale segnala come la prima ragione della sua uscita'. 'Tra gli elementi del contendere anche il prossimo spegnimento all'altoforno 2. Il custode giudiziario dell'area a caldo, Barbara Valenzano, ha dato 90 giorni ad ArcelorMittal per definire una serie di interventi sull'Afo2. Il termine scade il prossimo 13 dicembre. Ma secondo il gruppo si tratta di un'impresa impossibile'.

E le conseguenze della crisi sulla maggioranza: 'Parliamoci chiaro. Questo governo doveva rappresentare l'inizio della crisi del salvinismo. E invece, due mesi dopo la nascita del governo Conte, Salvini a piazza San Giovanni è riuscitoaricompattare la destra ed è più forte di prima. Mentre noi stiamo quiafarci rosolare ogni giorno da Di Maio e Renzi, che sia sulla manovra o sull'Ilva. La misura comincia a essere colma…'. Lo dice Nicola Zingaretti. 'Quella che doveva essere una riunione destinata a fare il punto sull'Ilva prende una piega diversa. E si trasforma in una specie di gabinetto di guerra, come quelle riunioni agostane in cui si stava in equilibrio sopra la follia nell'attesa di veder nascere la maggioranza giallorossa o di assistere al suo definitivo naufragio. Siamo a metà mattinata, negli uffici del gruppo parlamentare del Pd a Montecitorio. Attorno a un tavolo ci sono il leader, il vicesegretario Andrea Orlando, il capodelegazione del Pd al governo Dario Franceschini eiministri, oltre ai capigruppo. Basta mezzo giro di interventi per capire che, nonostante si sia tutti compatti su una linea, le sfumature ci sono, e non sono poche. Questione di sensibilità, di accenti diversi, di toni. Dario Franceschini e Lorenzo Guerini provano a fermare la giostra, mettendo sul piatto gli effetti collaterali della fine anticipata del governo Conte. «Nessuno vuole la fine del governo. Però è certo che, con queste continue fibrillazioni di Renzi e Di Maio, fermi non possiamo rimanere», è la replica di Graziano Delrio, che inaspettatamente veste la maschera del «falco». Perché non è tanto, o non solo, questione di pretenderle, le elezioni anticipate. In fondo, il vero dramma del Pd è il salto nel vuoto, quel «muoia Sansone con tutti i Filistei», dove i Filistei sono ovviamente il capo politico del M5S e il leader di Italia viva. «Alle elezioni uno può decidere di andarci o di non andarci, e non è certo la strada che vogliamo percorrere noi», argomenta Orlando. Che però aggiunge: «Nessuno di noi può trascurare che alle elezioni, di questo passo, rischiamo di finirci comunque. E non camminando. Ma rotolando…». Zingaretti mastica amaro'.

Libero affronta la questione sulla base del malcontento per Di Maio: 'DI MAIO STERMINA I LAVORATORI. Pure Zingaretti non lo tollera più'. 'Inutile chiamarlo a rispondere delle cose dette prima del giugno 2018, quando ha preso la poltrona di ministro e non l'ha più mollata, nonostante nel frattempo sia naufragato l'accordo con la Lega, sul quale c'erano la sua faccia e la sua firma. Le promesse fatte in campagna elettorale sono cialtrone per definizione, ma gli impegni assunti stando al governo e controllando le deleghe più importanti no, quelli dovrebbero essere mantenuti, a maggior ragione se annunciati dopo aver messo le mani nelle tasche degli italiani. Come l'allora vicepremier fece quel giorno del settembre 2018 davanti alle telecamere di Porta a Porta, vantandosi di aver centrato al primo colpo l'obiettivo che né la Dc del dopoguerra né i governi di centrosinistra e nemmeno le più avanzate socialdemocrazieeuropee hanno raggiunto: «Con la pensione e il reddito di cittadinanza che introduciamo con questa legge di bilancio, avremo abolito la povertà». È andata come era ovvio che andasse: la prebenda che costa ai contribuenti 7 miliardi di euro l'anno non crea lavoratori, bensì tossici dipendenti dalla droga di Stato chiamata assistenzialismo'. '«In tre mesi abbiamo risolto la crisi della più grande acciaieria d'Europa, l'Ilva di Taranto, tutelando occupazione e ambiente. Abbiamo raggiunto il miglior accordo possibile ereditando dal passato le macerie: un risultato cheimiei predecessori non hanno ottenuto in sei anni». Stessa boria ostentata due mesi dopo nel colloquio con la mastina danese Margrethe Vestager, commissaria europea alla Concorrenza'. 'Un anno dopo siamo sempre lì: la cordata di acquirenti non c'è, la compagnia non se l'è presa nessuno e ogni giorno brucia 900mila euro. Tanto che gliitaliani hanno dovuto "prestarle" altri 400 milioni, in aggiunta ai 900 milioni erogati tra il 2017 e il 2018. Soldi che non torneranno mai indietro'.

Su Repubblica per completare il quadro della questione, viene proposta un'intervista al vescovo di Taranto, monsignor Santoro: "La politica continua a giocare sul futuro della fabbrica", è l'accusa.

Su La Stampa, invece, il restroscena sul governo sull'orlo della crisi. 'Prima di entrare in Cdm i ministri del Pd si appartano per accertarsi che il mandato ricevuto sia condiviso da tutti: se alla proposta di un decreto per reinserire la tutela legale sull'ex Ilva il M5S dovesse opporsi, sarà crisi. E' una decisione maturata già al mattino, quando a sorpresa Nicola Zingaretti si ritrova con i suoi ministri a Montecitorio a discutere di manovra, dell'acciaieria di Taranto, del logoramento operato da Matteo Renzi e Luigi Di Maio. La minaccia di divorzio, alla fine, però resterà sospesa, in subordine rispetto all'assicurazione che dà Giuseppe Conte: «Il governo marcia compatto». Il Pd è nervoso ma acconsente ad aspettare. «C'era una disponibilità sullo scudo penale - spiega il presidente del Consiglio -. Ma è stato rifiutato. E' venuto fuori che la vera causa del disimpegno di Arcelor Mittal è che non riesce a rispettare il proprio piano industriale». I dem, come il M5S e l'intera compagine di governo, ancora non conoscevano la portata delle richieste della multinazionale che sta facendo di tutto per scappare da Taranto, rendendo sempre più concreto lo scenario di un ritorno al commissariamento straordinario, di fatto una rinazionalizzazione sostenuta da un pezzo di Pd e di Leu, ma dai contorni finanziari ancora tutti da chiarire'. 'Il vertice convocato dopo l'incontro con l'azienda e prima del Cdm deraglia quando i delegati dem, il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri e il collega con la delega per il Mezzogiorno Beppe Provenzano, si trovano di fronte a un muro innalzato dal M5S. Non c'è Luigi Di Maio, di ritorno dalla Cina, ma c'è Patuanelli. Accanto a loro Roberto Speranza, ministro della Salute per Leu, e la pugliese Teresa Bellanova, capodelegazione per Italia Viva. Non è presente Dario Franceschini, segno di una distanza che si sta scavando con gli alleati. E' il premier, però, a stupire i democratici. Perché, viste le reali intenzioni della società e considerato che i numeri dei grillini ribelli in Senato non gli offrono certezze sulla tenuta della maggioranza, non vuole accelerare sulla soluzione trovata da Provenzano: un provvedimento allargato a tutte le aziende impegnate in opere di risanamento per non dover rispondere delle responsabilità di chi le aveva precedute. «Non ci sarebbero problemi costituzionali», come sarebbe stato per lo scudo ristretto al solo colosso franco-indiano. Inoltre, è il ragionamento offerto dal Pd ai grillini e al premier, garantirebbe una via d'uscita onorevole al M5S perché non passerebbe come una retromarcia, così come avvenuto su Tap e Tav. «Allora meglio finirla qui» è la sentenza che i dem consegnano a Conte, prima che il premier li convinca a temporeggiare. Se crisi deve essere, secondo Zingaretti, allora lo sia per restare accanto agli operai pugliesi, al bisogno di lavoro di un pezzo di terra affogata di veleno, in nome di un compromesso che non è stato trovato, piuttosto che soccombere di fronte alle divisioni dei 5 Stelle. E' vero, Arcelor ha scoperto le carte sugli esuberi ma perché - si chiedono nel Pd -, se Patuanelli si era detto favorevole a una norma di carattere generale, e non ad personam come lui stesso aveva scritto in un post, ora il M5S non è più disponibile? La risposta sta nei messaggi che gli arrivano dalla Cina. Di Maio non controlla più i gruppi parlamentari. Il focolaio dei 17 ribelli che in Senato avevano bocciato lo scudo due settimane fa, si può trasformare in un incendio in grado di incenerire il governo'.