Primo piano - dai quotidiani

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Roma, 19 ago. (askanews) - A meno di 24 ore dal culmine della crisi di Governo innescata da Matteo Salvini, che ha poi tentato di disinnescarla, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte affronterà il Senato per poi recarsi al Quirinale, i quotidiani registrano le prove di intesa per un nuovo esecutivo a trazione Pd-cinque stelle.

Sulla Stampa Ilario Lombardo racconta l'evento politico più rilevante della domenica, il vertice dei grillini a casa di Beppe Grillo, in modo più problematico di quanto facesse trasparire il comunicato con il quale il M5S ha archiviato l'alleanza con Salvini: "'Beppe, ma davvero ci vogliamo mettere nelle mani di Renzi?'. La questione è tutta qui. Passare da un Matteo all'altro. Da un carnefice che politicamente gli ha dimezzato i consensi a uno che potrebbe fare peggio. A Marina di Bibbona il M5S non è uscito con le idee più chiare. Anzi". Grillo "vorrebbe spingere i grillini a sinistra, con il Pd, ma ascolta attentamente i timori che gli esprime Di Maio e la contrarietà di Taverna. Il capo politico è molto perplesso sulla prospettiva di un esecutivo giallo-rosso. Anche se fosse con Conte premier e lui ministro, come qualcuno tra i dem gli fa trapelare. Sullo sfondo di qualsiasi trattativa c'è sempre Renzi. Oggi Di Maio si confronterà con i gruppi parlamentari riuniti alla Camera e capirà quali saranno i margini per tenere ancora in piedi l'eterno doppio forno. I contatti di suoi uomini con la segreteria di Zingaretti sono in una fase avanzata. Ma c'è anche chi gli sussurra, come il braccio destro Pietro Dettori, di sfruttare a proprio favore i cedimenti di Salvini e di rinnovare su presupposti più favorevoli l'alleanza con la Lega. Spiragli per un ricucitura si intravedono nelle parole di Manlio Di Stefano (contrarissimo all'abbraccio con il Pd) e nelle dichiarazioni in cui lo stesso Di Maio assicura che non siederà mai allo stesso tavolo con Renzi e bolla come 'inventata' la storia 'dell'accordo con il Pd'. Da Marina di Bibbona i grillini escono con la sola convinzione che è meglio muoversi un passo alla volta. Molto dipenderà da cosa farà Giuseppe Conte domani. Salirà al Colle, questo è certo. Ma dopo la resa dei conti con Salvini. L'obiettivo è di non dare al leghista l'opportunità di ribaltare la responsabilità della crisi e della caduta del governo. E per questo nel M5S si stanno convincendo a non presentare una risoluzione da votare, perché - parole di Di Maio - 'Salvini potrebbe fare di tutto'".

Passando ai futuri probabili alleati dei cinque stelle, il Pd è alle prese con l'ennesimo dibattito interno e, in particolare, sulle diverse sensibilità renziana e zingarettiana, sebbene l'appello di Romano Prodi ad una "coalizione Orsola", dal nome di Ursula von Der Leyen, tenga banco oggi. "Gli zingarettiani - scrive Goffredo De Marchis su Repubblica - sostengono che Matteo Renzi ha un solo modo per dimostrare di credere davvero nel governo di legislatura: entrarci. Una clausola anti-scissione e contro la sorpresa di strappi magari dopo soli sei mesi. Renzi dovrebbe fare il ministro e con lui la fedelissima Maria Elena Boschi. Dalle parti dell'ex sindaco di Firenze invece immaginano uno scenario diverso, in cui il Pd s'impegna al massimo livello, ovvero Zingaretti entra nella squadra dei ministri". E sempre su Repubblica Carmelo Lopapa esplora un altro possibile innesto della nuova maggioranza, con quello che definisce il "teorema Letta" (Gianni, non Enrico): "Sganciare Forza Italia dalla Lega populista e sempre più destroide. Consumare la vendetta nel momento di maggiore difficoltà di Matteo Salvini, l''alleato' (tra molte virgolette) che ormai ignora Berlusconi e considera quasi un ingombro il suo partito. È un'operazione che in queste ore di febbrili trattative su tutti i fronti stanno portando avanti due figure di primissimo piano della galassia berlusconiana. Gianni Letta, in primo luogo. E Antonio Tajani, al suo fianco Tradotto: se nascerà davvero un governo M5S-Pd, Berlusconi dovrà ingoiare il detestato rospo grillino e garantire alla nuova 'maggioranza Ursula' non certo un sostegno (che Di Maio non accetterebbe mai in forma esplicita), ma quella che il Dottor Letta definisce una 'opposizione responsabile'. Da modulare a seconda delle necessità in astensioni o assenze dall'aula, ma perfino voto in favore dei provvedimenti che dovvessero risultare condivisibili. Comunque, una opposizione 'non urlata'".

Da martedì, ad ogni modo, il pallino sarà nelle mani del Presidente della Repubblica. Sul Corriere della Sera Marzio breda fa il punto della situazione: dopo l'intervento al Senato, "le dimissioni di Giuseppe Conte restano lo sbocco inevitabile di questo passaggio, dimissioni che con ogni probabilità sarebbero mantenute perfino se Salvini arrivasse a votargli la fiducia. A quel punto Mattarella imporrà le prassi costituzionali, prescindendo dai continui rimescolamenti di carte e dalle rincorse tattiche, da fisime e paranoie dei partiti. Farà un giro di consultazioni tra mercoledì e giovedì - breve perché incombono scadenze europee cruciali per l'economia - e alla fine tirerà non metaforicamente le somme. Nel senso che verificherà in concreto, numeri alla mano, se esista una maggioranza contraria alle urne. Se così fosse (il che rientrerebbe nell'istinto di sopravvivenza di un Parlamento tenuto a battesimo appena 18 mesi fa) e se gli venisse chiesto del tempo per approfondire qualche negoziato, lo concederà. Ma senza che qualcuno possa illudersi di tirarla per le lunghe. Insomma: il presidente della Repubblica non permetterà una replica del 'gioco dei due forni' messo in scena dai 5 Stelle dopo le ultime elezioni politiche e che snervò il Paese per 89 giorni. Fu quando Di Maio platonicamente tentò di contrattare un'intesa con il Pd e poi strinse un patto con la Lega (patto che, stando al documento uscito ieri dallo stato maggiore grillino, sembra ora inverosimile rilanciare). E qui sta la vera sfida di Mattarella: evitare che si ripeta lo schema che un anno e mezzo fa lo obbligò a tre giri di consultazioni, a due mandati esplorativi e a un'infinita pazienza da parte sua. Per come si sono messe le cose, se un esecutivo avrà da nascere, evitando che si traccheggi, serve che si fondi su una maggioranza motivata e con un progetto serio e di lungo respiro. Sarebbe un governo politico, sostenuto da Pd e 5 Stelle. Ma non si scarta ancora lo scenario di un governo istituzionale, con gli stessi 'azionisti' e la stessa missione. Altrimenti resta solo il voto".

Nota a margine, sul Foglio, Giuliano Ferrara elogia il segretario della Cgil Maurizio Landini in un articolo intitolato "Il Risorgimento del sindacato come soggetto politico": "Ora Landini è un tipo che ragiona. Se ne sta a Gabicce Mare, che è meglio di Milano Marittima anche se non arriva al livello fantastico e mass-chic di Porto San Giorgio, e di lì rilascia interviste piene di possibile politico, censorie verso il demagogo sgonfio del partito del pil, realiste e intelligenti su tutto, senza megafono, ma con una vena di ragionevolezza e di allarme civile di buonissima caratura. Se aggiungiamo l'offerta sua reiterata di una nuova fase di unità sindacale, e pensiamo al generoso Bentivogli, anche lui un ragionatore e un riformatore, ecco una nuova prospettiva di movimento, che non sarà massiccia come il nuovo partito di Calenda, ma rassicura. La trasformazione di Maurizio Landini in essere umano pensante è il segno di un'estate che non fu spesa invano, nonostante le turbolenze inessenziali della piccola politica trucibalda".