Processo Stato-mafia, Brusca: Cosa Nostra contattò Berlusconi per arrivare a Craxi

MILANO (Reuters) - Nella sua lunga testimonianza al processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, Giovanni Brusca ha detto che all'inizio degli anni Novanta Cosa Nostra aveva interesse a contattare Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri per giungere direttamente al leader del Partito socialista, Bettino Craxi, perché intervenisse sull'esito del cosiddetto 'Maxiprocesso' che vedeva coinvolti i capi dell'organizzazione criminale. La testimonianza di Brusca, nell'ambito del processo che si celebra davanti ai giudici della Corte d'Assise di Palermo, è in corso da ieri e proseguirà anche domani, nell'aula bunker di Milano per ragioni di sicurezza. "C'era interesse a contattare Dell'Utri e Berlusconi per contattare Craxi, che allora non era ancora stato coinvolto in [nell'inchiesta] 'Manipulite', perché intervenisse sull'esito in Cassazione del 'Maxiprocesso'", ha detto Brusca che testimonia nascosto da un paravento e protetto da una decina di agenti della polizia penitenziaria. Alla sua testimonianza hanno assistito il pm Vittorio Teresi, i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia e il procuratore Francesco Messineo. Brusca, oggi collaboratore di giustizia, ha raccontato in aula anche che nel 1993 Cosa Nostra affidò all'esponente della mafia Vittorio Mangano il compito di recarsi da Berlusconi e Dell'Utri per dire che il regime del cosiddetto 'carcere duro' andava indebolito e auspicando leggi che favorissero Cosa nostra, spiegando che in caso contrario "avremmo proseguito con la linea stragista". Brusca ha aggiunto che durante l'incontro tra Mangano e Dell'Utri, avvenuto in un'impresa di pulizie che lavorava per Fininvest, gli fu detto 'vediamo cosa si può fare'". "Dissi a Mangano di riferirgli [a Dell'Utri, ndr] che dei fatti del '93 la sinistra sapeva e che poteva usare questa cosa visto che ora incolpavano lui delle stragi", ha aggiunto Brusca. Il procuratore di Palermo Nino Di Matteo non ha potuto partecipare all'udienza dopo le minacce nei suoi confronti di Salvatore Riina, intercettate nel carcere di Opera dove è detenuto, mentre il boss mafioso parlava con un esponenente della Sacra corona unita detenuto nello stesso istituto. Di queste minacce i pm di Palermo e Caltanissetta hanno messo al corrente il ministro dell'Interno Angelino Alfano lo scorso fine settimana. L'OSTACOLO DE BENEDETTI Riferendosi ancora al periodo all'inizio degli anni Novanta, Brusca racconta che Cosa Nostra voleva acquisire un suo potere politico anche a livello nazionale essendo venuto meno il riferimento nell'esponente della Democrazia cristiana Giulio Andreotti. "Allora il progetto [di Cosa Nostra] era quello di acquisire il nostro potere politico in Sicilia per poi giungere a quello nazionale, dove era venuto meno il riferimento in Andreotti. Dovevamo indebolire la Sinistra e avevamo individuato in Carlo De Benedetti chi la sosteneva: il nostro obiettivo era quello di levare quell'ostacolo", prosegue Brusca riferendosi all'idea di colpire De Benedetti, in un progetto mai attuato. SALVATORE BORSELLINO: "GRAVISSIMA ASSENZA DI DI MATTEO" A proposito dell'assenza di Di Matteo a Milano, Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio, ha parlato durante la pausa del processo di un "fatto gravissimo" spiegando a chi gli chiedeva se questa fosse una vittoria per la mafia: "non credo, penso piuttosto che sia una vittoria di chi per 20 anni ha mantenuto la scellerata congiura del silenzio sulla trattativa Stato-mafia". Borsellino ha definito "gravissima" anche la mancanza di un sostegno pubblico da parte delle istituzioni a Di Matteo. Nella sua lunga testimonianza, Brusca ha raccontato in aula anche del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma nei primi anni Novanta. Riferendo le parole di un altro collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza, Brusca ha detto che in quel momento "Serviva una vendetta, che [i carabinieri] si portassero dei morti sulla coscienza" e che l'attentato sarebbe dovuto avvenire "con un'autobomba imbottita con dell'esplosivo e con dei pezzi di ferro e che doveva essere strage allo stadio Olimpico di Roma, con 50-60 carabinieri morti". Il collaboratore di giustizia racconta anche di un successivo incontro con il boss Matteo Messina Denaro, uno dei latitanti più ricercati, che gli "disse che non avevamo avuto alcun risultato ma che qualcuno doveva farsi sotto per trattare". Il processo riguarda la presunta trattativa tra vertici delle istituzioni e Cosa nostra nel corso degli anni 90, dopo gli attentati contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Gli imputati sono una decina, tra alti gradi militari e boss mafiosi, imputati - a parte Mancino - per attentato a corpo dello Stato. (Sara Rossi) - Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia