Processo vaticano, il calcolo dell’ammanco alle casse dello Ior

Red
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Image from askanews web site
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Città del Vaticano, 21 gen. (askanews) - 57 milioni, o 35 milioni, anzi 13 milioni, no 24,2 milioni. Sono le cifre, apparentemente ballerine, dell'ammanco alle casse dello Ior causato dall'ex presidente, Angelo Caloia, che, insieme all'avvocato dell'istituto, Gabriele Liuzzo, e al di lui figlio, Lamberto, condannati oggi in primo grado dal tribunale vaticano per aver venduto negli anni passati immobili della "banca vaticana" ad un prezzo di gran lunga inferiore al valore di mercato, appropriandosi poi della differenza. La divergenza tra le diverse cifre spuntate nel corso del processo ha una spiegazione.

La pubblica accusa, ossia il promotore di giustizia, ha parlato, sin dalle prime indagini, di un ammanco di 57 milioni. Si tratta, in realtà, della stima fatta anni fa, ben prima del rinvio a giudizio di Caloia e Liuzzo, da una società di consulenza chiamata dall'allora presidente dello Ior Ernst von Freyberg, il Promontory group, circa la differenza tra il valore commerciale dei 29 immobili venduti dalla dirigenza dello Ior tra il 2001 e il 2007, a Roma e provincia, Milano e Genova e la cifra, più bassa, formalmente ottenuta al momento della compravendita, nascondendo, è l'accusa, una "cresta" incassata in contanti dai dirigenti della "banca vaticana".

A quanto si apprende, qualche anno fa, prima che il processo iniziasse, Caloia e il suo avvocato avevano offerto allo Ior una somma risarcitoria, a titolo di patteggiamento, che si sarebbe aggirata attorno ai 13 milioni. Proposta che, però, fu rifiutata, spianando la strada alla celebrazione del processo.

Una nuova stima, più alta dei 57 iniziali - ma l'ammontare non è stato reso noto - è stata individuata nel corso del procedimento dalle parti civili, ossia lo stesso Ior e la Sgir (Società Gestione Immobili Roma), società controllata dallo Ior e responsabile di una parte del patrimonio immobiliare dell'istituto. Grazie a perizie e approfondimenti investigativi, gli avvocati delle "parti lese", Alessandro Benedetti, Roberto Lipari, Marcello Mustilli, hanno infatti definito con maggiore precisione il valore degli immobili venduti ed hanno ricalcolato, al rialzo, quanto effettivamente incassato dagli imputati. Al momento delle requisitorie finali, però, le parti civili hanno chiesto un risarcimento previsionale di "soli" 35 milioni di euro pari al "danno emergente", ossia alla cifra minima a loro avviso incontestabilmente configurabile come peculato.

A conclusione del processo, oggi, il collegio giudicante, presieduto dall'ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, è arrivato ad una stima inferiore, di poco superiore ai 24 milioni di euro. Lo stesso presidente del tribunale ha notato che la decisione è avvenuta a valle di una "ricostruzione di fatti complicati" che ha posto questioni di diritto "di notevole complessità", facendo così intravedere, dietro un'indagine avviata nel 2014 e un processo iniziato nel maggio 2018, che le contestazioni sono state certificate con grande accuratezza.

Una cifra, quella degli oltri 24 milioni, che si deduce sommando i diversi capitoli della vicenda: come recita la sentenza, infatti, gli imputati sono stati condannati "al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite, che liquida definitivamente nei termini appresso specificati: euro 4.500.000,00 a carico di Caloia Angelo e Liuzzo Gabriele, in solido tra loro, in favore della parte civile I.O.R., con rivalutazione nella misura del tasso di rendimento medio dei B.T.P. italiani con scadenza trentennale dalla data di consumazione dei reati ad oggi; euro 12.304.000,00 a carico di Caloia Angelo e Liuzzo Gabriele, in solido tra loro, in favore della parte civile SGIR s.r.l., con rivalutazione nella misura del tasso di rendimento medio dei B.T.P. italiani con scadenza trentennale dalla data di consumazione dei reati ad oggi; euro 1.541.266,00 ulteriori a carico del solo Liuzzo Gabriele in favore della parte civile I.O.R., con rivalutazione nella misura del tasso di rendimento medio dei B.T.P. italiani con scadenza trentennale dalla data di consumazione dei reati ad oggi; euro 2.500.000,00, a carico di tutti gli imputati in solido tra loro, in favore della parte civile I.O.R. a titolo di danno morale liquidato in via equitativa; euro 500.000,00, a carico di tutti gli imputati in solido tra loro, in favore della parte civile SGIR s.r.l. a titolo di danno morale liquidato in via equitativa; euro 2.950.000,00, a carico di tutti gli imputati in solido tra loro, in favore della parte civile I.O.R. a titolo di danno reputazionale liquidato in via equitativa; euro 50.000,00, a carico di tutti gli imputati in solido tra loro, in favore della parte civile SGIR s.r.l. a titolo di danno reputazionale liquidato in via equitativa".

Come il tribunale vaticano è giunto a queste conclusioni lo si comprenderà quando verranno pubblicate le motivazioni della sentenza. Già oggi, tuttavia, il dispositivo fa comprendere che mentre su molti degli immobili al centro delle indagini i giudici hanno effettivamente accertato la "svendita" e l'incameramento della corrispettiva differenza - da cui la condanna per "peculato" e "appropriazione indebita aggravata" - e il suo reimpiego fraudolento - da cui la condanna per "autoriciclaggio" - su alcuni dei 29 immobili, invece, il tribunale non ha ravveduto alcun reato ed ha pertanto assolto Caloia e Liuzzo padre o "perché il fatto non sussiste" o "per insufficienza di prove".

La decisione del tribunale è stata pertanto salutata con moderata soddisfazione da parte del principale imputato: "La decisione, che pure cade in un clima complessivamente poco favorevole a chi si difende", hanno dichiarato gli avvocati di Angelo Caloia, Domenico Pulitanò e Rosa Palavera, annunciando di aver già presentato appello, "non accoglie l'ipotesi massimalista dell'accusa e pronuncia assoluzione con riferimento alla maggior parte degli immobili".

La sentenza, d'altronde, lascia aperta anche la possibilità che, invece, la somma finale, una volta esauriti gli altri gradi di giudizio e la sentenza sarà passata in giudicato, sia più alta. Non di rado, infatti, in questo tipo di processo l'esatto ammontare del maltolto viene definito nel corso di un successivo, distinto processo civile, che entra ancor più nel dettaglio delle cifre. Di certo, come emerge già ora, il tribunale vaticano oggi ha non solo respinto un appello di Gabriele Liuzzo confermando la "misura di prevenzione" della confisca, già da tempo in sequestro, di circa 14 milioni di euro depositati presso lo Ior e di altri 11 milioni di euro circa depositati presso banche svizzere, ma ha anche disposto "la confisca delle somme in sequestro, fino alla concorrenza di euro 16.804.000,00 in solido tra gli imputati Caloia Angelo e Liuzzo Gabriele e fino alla concorrenza della ulteriore somma di euro 1.541.266,00 per il solo Liuzzo Gabriele" e il sequestro dei conti correnti di Liuzzo e Caloia presso, appunto, lo Ior.