Processo Vaticano, vittoria garantista contro chi cercava un capro espiatorio

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Un momento della quarta udienza del processo in Vaticano per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato, 17 novembre 2021 (Photo: Vatican Media Press Office ANSA)
Un momento della quarta udienza del processo in Vaticano per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato, 17 novembre 2021 (Photo: Vatican Media Press Office ANSA)

“Pressioni. Disinformazione. Ricatti” scrive il giudice istruttore vaticano Paolo Papanti Pelletier. A poco più di due anni dall’apertura dell’inchiesta sulla vendita del palazzo di Londra, in Vaticano comincia a emergere come sono andati realmente i fatti. Questo è possibile non grazie a una sentenza di condanna (il dibattimento vero e proprio è ancora alle battute iniziali, si riprende il 1 dicembre) ma a un decreto dì archiviazione della posizione dell’ex capo ufficio amministrazione della Segreteria di Stato (il cuore del Vaticano) travolta dallo scandalo.

Non un peone qualsiasi, ma l’alto funzionario che ha firmato atti fondamentali nel corso della pluriennale vicenda dell’acquisizione, prima parziale poi totale, dell’immobile di Sloane Avenue 60 nel cuore della City. Eppure gli inquirenti hanno chiesto e il giudice istruttore ha firmato ieri l’archiviazione per monsignor Alberto Perlasca.

Una bella prova di garantismo e di giustizia giusta, direbbero i radicali, per uno Stato assoluto come quello Vaticano, piuttosto incline spesso in passato a far saltare “le teste“ di media grandezza, pur di non mettere sotto accusa i cosiddetti “superiori”. Anche questa è la prova di un nuovo corso. Visto che anche il Rapporto degli ispettori Moneyval depositato nel giugno scorso ha evidenziato che il rischio di reati finanziari è ormai legato per il Vaticano non a personaggi esterni che utilizzano lo Ior, ma alla corruzione di alti gradi interni.

La cosa più importante, al di là del destino processuale personale di Perlasca, è che la giustizia non si è accontentata di un capro espiatorio qualsiasi, facile facile, a motivo del suo oggettivo ruolo apicale nella amministrazione dei denari della Terza Loggia. Un capro espiatorio la cui testa sarebbe stata in tempi passati più che sufficiente per mettere una pietra sopra altre responsabilità (dentro e fuori le Sacre Mura) per la perdita di centinaia di milioni di euro dell’Obolo di San Pietro.

L’ordinanza di archiviazione si concentra sia sulla parte iniziale (la partecipazione al fondo del finanziere Mincione) che sulla parte finale dell’affare di Londra: la presunta estorsione da 15 milioni a favore del broker molisano Gianluigi Torzi. Ed è lì che il giudice scrive che Perlasca “è stato vittima della decisiva opera di disinformazione posta in essere da un gruppo di persone imputate nel citato procedimento penale anche del reato di truffa”.

La difesa degli imputati nell‘ultima udienza ha puntato tutto sulla sbobinatura ordinata in fretta di soli pochi minuti dell’interrogatorio di Perlasca durato 7 ore del 29 aprile 2020. Evidenziando le presunte accuse di Perlasca al Papa che sarebbe entrato nella trattativa con Torzi, cosa di cui però Perlasca stesso afferma nello stesso interrogatorio di aver appreso “de relato” da parte proprio di coloro che lo pressavano per dare il suo assenso (“Lo vuole il Papa”). Né Perlasca esce dal processo per un provvedimento premiale per la sua collaborazione, ma perché, scrive il giudice, non ci sono prove che dimostrano che dolosamente sapeva come stavano le cose. Inoltre a differenza di molti indagati e imputati a cui sono stati sequestrati per rogatoria in tutto 56 milioni di euro - frutto di illecito arricchimento, secondo le accuse - le indagini patrimoniali su Perlasca hanno dimostrato che il monsignore non ha sottratto nemmeno un penny e che i suoi beni sono congruenti con il suo stipendio di 2500 euro/mese e con le capacità economiche della sua famiglia di origine.

Il giudice istruttore ha quindi concluso che non ci sono prove di reati per Perlasca. Al massimo si può indicare la negligenza di non aver insistito nella sua richiesta di sottoporre l’accordo con Torzi al giudizio di uno studio legale esterno che pure egliaveva proposto, visto che poi ha chiesto di denunziare il broker per estorsione. L’archiviazione nei suoi confronti è dunque una vittoria del garantismo. Fare giustizia vuol dire non trovare un colpevole pur che sia. E questo dimostra anche la volontà vaticana di procedere seriamente nei confronti di chi (lo dirà il processo) si sia macchiato di reati. Del resto, il tempo passa ineluttabilmente e una revisione della trasparenza dello Stato Vaticano da parte di Moneyval, con il suo prossimo report in progress, tutto sommato non è poi così lontana.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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