I produttori cinesi battono la ritirata dall’Australia

(Adnkronos) - Non tira una bella aria per fare affari in Australia. Di certo non se sei cinese e hai un'azienda vinicola nel Nuovo Mondo. Per questo Weilong Grape Co, il terzo produttore cinese di vino, nonché la più grande azienda vinicola biologica del Paese, prevede di vendere gli oltre 420 ettari dei suoi vigneti in Australia per 66,06 milioni di RMB (14,3 milioni di dollari australiani). Il motivo? Le tariffe-stangata che il governo di Pechino ha imposto sui vini australiani.

Parliamo dei vigneti di Coomealla, Nyah e Murray che rappresentano quasi l’80 per cento della produzione di Weilog nell’emisfero australe. Il produttore di vino cinese, con sede a Shandong, aveva acquistato i vigneti tra il 2016 e il 2018 in quello che è stato descritto come il "più grande investimento del decennio nella Murray Valley”. All'epoca, quando le relazioni commerciali tra i due paesi erano più che amichevoli e la Cina rappresentava il mercato di esportazione più grande e redditizio dell'Australia del vino, ci fu una folle corsa agli acquisti da parte di investitori del Sol Levante.

Cavalcando l'onda della crescita, Weilong negli ultimi anni aveva acquistato circa 600 ettari di vigneti nelle aree di Victoria e nel New South Wales, per un totale di circa 170.000 tonnellate di uva da lavorare ogni anno. Tutto vino destinato ai winelover cinesi, ma tutto si è fermato bruscamente quando la Cina ha annunciato un'indagine antidumping sui vini australiani nell'agosto 2020, sbarrando l’entrata a 1,2 miliardi di esportazioni. L’introduzione di tariffe punitive pari al 218 per cento ha portato la bilancia dell’export ad appena 214 milioni di dollari australiani. Ora ci si chiede che cosa accadrà ai milioni di litri di vini in deposito e con una vendemmia alle porte, se la compravendita non dovesse andare a buon fine. Non si esclude che molto vino verrà sprecato e che l’uva possa rimanere in pianta ad appassire. Adnkronos - Vendemmie

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