Proietti, eroe popolare e mai populista

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I romani che hanno potuto applaudire per strada al passaggio del feretro di Gigi Proietti erano pochi a causa dell'emergenza Covid ma tantissimi si sono fermati, nella città in lutto, a seguirne le esequie in Tv, su Rai1, che per l'occasione ha cambiato la programmazione.

Il feretro, dopo aver lasciato Villa Margherita, è arrivato sino al Campidoglio, si è fermato presso il Globe Theatre di Villa Borghese dove tanti personaggi famosi - da Paola Cortellesi, a Enrico Brignano,  da Fiorello a Bonolis, a Veltroni  - hanno salutato l'attore romano, per sostare infine al funerale religioso che si è tenuto in forma privata alle 12 nella Chiesa degli artisti dove è stato celebrato dal Rettore, don Walter Insero.

L'omelia ha ricordato, tra le altre, una dimensione decisiva del comico morto proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno: il suo voler essere un'attore popolare. Le persone non competenti credono sia semplice, quasi volgare: invece significa essere professionisti di altissimo livello perché vuol dire saper parlare a tutti, non solo all'élite degli intellettuali. Proietti - che era paziente, colto, non litigioso né vendicativo - portava sul palcoscenico le caratteristiche che lo contrassegnavano nella sua vita quotidiana ovvero il saper raccontare quell'umanità che guardava con tenerezza ed affetto.

Torna in mente il famoso aforisma di Mario Monicelli per cui "la commedia all'italiana è finita, quando i registi hanno smesso di prendere l'autobus". Non so se Proietti girasse coi mezzi pubblici ma certamente era riuscito a rimanere sempre collegato con la gente, e per questo era così amato. I suoi spettacoli seguivano un canovaccio ma erano diversi a seconda del pubblico, poiché Gigi, lungo l'esibizione, entrava in dialogo con chi aveva deciso non solo di "pagare il biglietto" ma soprattutto di trascorrere quella serata con lui.

Proietti, ha detto don Insero, credeva in Dio. Da piccolo aveva fatto il chierichetto e conosceva la Messa in latino, che era quella che aveva imparato da bambino. Ammirava la Chiesa perché diceva essere stata la più grande committente d'arte della storia, e amava Papa Francesco perché, come lui, si sforzava di essere popolare e non populista: non solo per il popolo, ma con il popolo.