Promemoria - Fukushima, lo tsunami un anno dopo

Radiazioni, infarti, depressione, persone e cibo contaminati: così è la vita, prendere o lasciare. E i giapponesi, a un anno dallo tsunami che ha reso famosa la città di Fukushima, prendono. Prendono tutto, anche le radiazioni della centrale nucleare che l’11 marzo 2011 è stata investita da un’onda gigantesca causandone la fuoriuscita di radioattività in un’area che le autorità giapponesi hanno calcolato di circa 50 chilometri di circonferenza. E mentre alcuni nostri organi di stampa si pregiano di mostrare due foto a confronto, riguardanti l’autostrada che passa per Fukushima, ieri e oggi, rilevando la già nota efficienza nipponica che ha ricostruito in modo superbo il manto stradale, i dati ufficiali su quel terribile 11 marzo scorso sono in continua evoluzione. Attualmente, possiamo parlare di 13.000 morti accertati e 14.500 dispersi a causa del terremoto.Ma quante sono le persone contaminate? Un’interessante notizia per l’Italia arriva dal sito ecoblog che rivela in che modo si tenti di far passare sotto silenzio la realtà di Fukushima. Il sito, infatti, riprende due articoli del maggio scorso, pubblicati dai giornali giapponesi Mainichi Daily News e Yomiuri Shimbun che scrivevano dell’iniziativa di un giovane parlamentare, Mito Kakizawa. Doverosamente intraprendente, l’onorevole fece la domanda giusta che nessuno voleva fare al direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, Terasaka Nobuaki: quante persone sono state contaminate? Nobuaki ha detto che le persone contaminate sono 4.956, di cui 4.766 lavoratori entrati nella centrale di Fukushima, e gli altri 190 che sarebbero stati contaminati da altre centrali. Ma da maggio a oggi non ci sono state più rilevazioni in proposito. E lo Yomiuri Shimbun scrive che solo il 10% dei lavoratori è stato testato per l’esposizione alle radiazioni provocate per inalazione o ingestione di sostanze radioattive mentre aumentano le persone allarmate per l’assenza dei test interni. Si tratta di personale che continua a lavorare a Fukushima e che teme di essere stato contaminato attraverso cibo e bevande. Su tutto cala il silenzio ufficiale ma si sa che il bestiame della zona è stato contaminato. E, d’altra parte, è naturale che lo sia.

Il disastro della centrale giapponese, infatti, è pari a quello di Chernobyl del 27 aprile 1986. La differenza sta nel fatto che allora la nuvola radioattiva se ne andò a zonzo per l’Europa mentre stavolta si è concentrata nella zona d’origine. E chi vive nei paraggi (un ambito di un centinaio di chilometri, a voler essere prudenti) ha già rilevato gli effetti della nube. Lo stato di ansia e paura generato dall’incidente ha aumentato le malattie depressive e gli infarti tanto che il governo ha dato il via a uno studio sugli effetti della radiazione e sulle condizioni di vita della popolazione che durerà per venti anni e che coinvolgerà 340.000 bambini e ragazzi. Allo stesso tempo, però, sono tutti invitati a minimizzare, come ha fatto Takeshi Takahashi, manager della Tepco a capo della centrale, che ai giornalisti in visita da tutto il mondo, poche settimane fa, ha detto: “La situazione è molto diversa rispetto a un anno fa, ora è piuttosto stabile”. Quell’avverbio, piuttosto, suona stonato come una campana rotta ed è un campanello d’allarme evidente: non c’è nulla di sicuro mentre i rischi restano altissimi.

E Greenpeace International, sempre combattiva, lo mette in chiaro in un rapporto in cui accusa governo nipponico, agenzie di controllo e industrie nucleari di aver fallito su tutto il fronte, dalla prevenzione al dopo-terremoto. Il rapporto parla di un “disastro causato dall’uomo che potrebbe ripetersi in ciascuno degli impianti nucleari del pianeta, mettendo a rischio milioni di persone”. Per Jan Van de Putte, esperto di sicurezza nucleare di Greenpeace International, “il nucleare è intrinsecamente insicuro e i governi autorizzano la costruzione di centrali nucleari senza avere le capacità di fronteggiare i problemi che possono derivarne nell’interesse della sicurezza dei cittadini. Tutto questo non è cambiato dal disastro di Fukushima, e milioni di persone continuano a essere esposte al rischio nucleare, in tutto il mondo”. Terribilmente amara la conclusione del rapporto, che sottolinea come “centinaia di migliaia di persone hanno sofferto le conseguenze dell’evacuazione forzata per evitare l’esposizione alle radiazioni. Queste persone non possono rifarsi una vita perché non hanno ancora ottenuto indennizzi. Il Giappone è uno dei tre soli Paesi al mondo che, per legge, considera un operatore di impianto nucleare (Tepco, in questo caso) interamente responsabile dei danni causati da un disastro nucleare ma, evidentemente, i meccanismi di riconoscimento della responsabilità del danno e della successiva erogazione degli indennizzi alle vittime non funzionano. A un anno dal disastro le persone colpite sono sostanzialmente abbandonate a se stesse e, alla fine, saranno i contribuenti giapponesi, e non Tepco, a pagare la maggior parte dei danni”.

Solo chi suona l’allarme in tempo utile capisce che il pericolo nucleare è di tutti. Perfino in Svizzera, tanto per fare un esempio, lo scorso marzo, c’è stata una manifestazione, a Mühleberg, contro le centrali elvetiche, giudicate pericolose e troppo vecchie da molti cittadini. E la Svizzera non è dall’altra parte del mondo…

Guarda: dove sono le centrali nucleari in Europa

Che Greenpeace non faccia analisi totalmente ideologiche lo conferma proprio Takeshi Takahashi, il signore del sinistro avverbio “piuttosto”. Sconsolato, il manager della Tepco ha ammesso, infatti, ai giornalisti che “non è possibile dire se le nostre attuali apparecchiature sono al riparo da rischi”. L’incognita principale sarebbe quella del “terremoto e maremoto”. Beh, mica male come prospettiva, no? Soprattutto per i circa 128.000 sfollati che ancora non sono tornati nelle loro case e non sanno quando potranno farlo. E ad aumentare quell’ansia che causa depressione e possibili infarti miocardici, ci si mette anche Asahiko Taira, direttore dell’Agenzia governativa per la scienza e la tecnologia del mare e della terra: “Dobbiamo prepararci al terremoto che verrà”. Nel senso che i segnali di un possibile big bang con gli occhi a mandorla sono assai evidenti. L’Università di Tokyo ritiene che la città abbia il 50% di probabilità di registrare un sisma di magnitudo superiore a 7, nei prossimi quattro anni. I giapponesi si inchinano di fronte a questa informazione e proseguono la loro vita quotidiana

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