Prosegue l'offensiva in Etiopia. 11 mila fuggono verso il Sudan

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AGI -  L'offensiva del governo federale etiope contro la regione settentrionale del Tigre' va avanti mentre aumentano le migliaia di civili che si sono dati alla fuga, attraversando il confine con il vicino Sudan. Le forze aeree di Addis Abeba hanno bombardato depositi di armi e carburante e l'esercito ha annunciato di aver riconquistato la città di Humera e di avanzare verso sud, lungo la strada verso Sheraro.

Secondo il bilancio fornito da Addis Abeba, finora sono 550 i combattenti nemici uccisi e 29 quelli fatti prigionieri. L'operazione militare è stata lanciata il 4 novembre dal premier Abiy Ahmed che ha accusato il partito al governo nella regione, il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf), di aver attaccato due basi militari federali, oltrepassando una "linea rossa" nel suo tentativo di destabilizzare il Paese.

Tuttavia, le autorità locali hanno negato di aver attaccato le truppe federali. Di fronte agli appelli dell'Unione africana a un cessate il fuoco, Abiy ha assicurato che la fine dell'offensiva è 'a portata di mano': "Le operazioni si arresteranno non appena la giunta criminale verrà disarmata, la legittima amministrazione della regione restaurata e i fuggitivi catturati e portati davanti alla giustizia".

Il Tplf ha dominato la politica etiope per quasi 30 anni dopo il crollo del regime comunista di Mengistu, prima che Abiy salisse al potere nel 2018. Da allora, il partito regionale ha denunciato di essere stato messo da parte e le tensioni con Addis Abeba sono aumentate, fino all'avvio della campagna militare la settimana scorsa.

Nel Tigre' preoccupa la situazione umanitaria: almeno 11 mila etiopi in fuga hanno attraversato il confine occidentale con il vicino Sudan, ha riferito Alsir Khaled, capo dell'agenzia per i rifugiati del Sudan nella città di confine di Kassala. Un numero che e' "probabile aumenti rapidamente", ha avvertito l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), esortando i Paesi vicini a tenere aperti i confini.

Timori sono stati espressi dall'agenzia Onu anche per gli oltre 96 mila eritrei che vivono in quattro campi rifugiati nella regione, così come per gli operatori umanitari impegnati sul campo. "Le strade sono bloccate ed elettricità, telefoni e Internet non funzionano, rendendo le comunicazioni quasi impossibili. C'è mancanza di carburante e i servizi bancari si sono fermati, con il risultato di una carenza di contante", ha denunciato l'Unhcr.

Un testimone dalla capitale regionale Mekele ha riferito che non ci sono raid aerei da domenica scorsa; "i servizi di telecomunicazione e bancari non funzionano" ma negozi e mercati hanno riaperto. L'escalation militare nel secondo Paese più popoloso dell'Africa preoccupa la comunità internazionale.

L'Italia sta seguendo "con particolare attenzione e preoccupazione lo sviluppo della situazione", ha assicurato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ricordando la "cruciale importanza" che l'Etiopia riveste per l'Italia. "Fin dall'inizio delle ostilità nel Tigre' stiamo monitorando la situazione degli italiani nella regione, nonostante le difficoltà delle comunicazioni per via dell'escalation militare", ha aggiunto il capo della Farnesina.

E mentre proseguono i bombardamenti, c'è il timore che il conflitto possa allargarsi, riaccendendo le tensioni tra le regioni di Amhara e Tigrè, da decenni impantanate in una disputa sulla terra dalla quale sono scaturiti violenti scontri.