Proseguono le proteste dei musulmani in India. Modi non cede

Nello Del Gatto

Non si placano in India le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza voluta dal premier Narendra Modi e dal suo partito, il Bjp, che i musulmani accusano di violare il principio di laicità dello Stato sancito dalla Costituzione. La rivolta popolare va avanti dall'11 dicembre e ha già provocato la morte di 23 persone, tra cui un bambino di 8 anni schiacciato dalla folla a Varanasi, e l'arresto di altre 900. La repressione anche violenta operata dalle forze dell'ordine non è riuscita a fermare le manifestazioni contro il provvedimento.

Cosa prevede la legge

La nuova legge sulla cittadinanza, chiamata Caa (Citizenship Amendment Act), concede la possibilità di acquisire la cittadinanza per gli immigrati provenienti dai Paesi vicini, Pakistan, Afghanistan e Bangladesh, arrivati prima del 31 dicembre 2014, di religione cristiana, buddista, hindu, parsi, Sikh, jain, escludendo però i musulmani.

A differenza del vicino Pakistan, a prevalenza musulmana, in India la maggior parte della popolazione è di religione hindu, anche se il Paese ospita la terza comunità islamica più grande del mondo di ben 200 milioni. I musulmani gridano quindi alla discriminazione. In verità scontenti della legge sono anche gli abitanti degli Stati nord-orientali dell'India, che temono che dare la cittadinanza agli immigrati, soprattutto quelli provenienti dal Bangladesh, con cui questa zona del Paese confina, possa rappresentare una minaccia per la conservazione della loro lingua e cultura, a prescindere da quale sia la loro religione. Ma a criticarla sono in primis i musulmani, per i quali è discriminatoria e contraria ai principi della Costituzione indiana. Non a caso la maggior parte delle proteste di questi giorni si sono tenute nello Stato settentrionale dell'Uttar Pradesh, dove circa il 20% della popolazione è musulmana.

Le accuse di discriminazione vengono però respinte con forza dal premier Modi, che anzi ha definito la legge uno "strumento per aiutare le minoranze". Il governo infatti ha promosso la legge sulla base del fatto che le minoranze non musulmane, hindu in particolare, si trovano spesso a dover subire persecuzioni nei Paesi limitrofi, quali appunto Pakistan e Bangladesh, e quindi vanno tutelate e aiutate. Al contrario i musulmani, anche se perseguitati, secondo il governo indiano hanno la possibilitàà di trovare asilo in Paesi come la Malaysia e l'Indonesia.

Queste spiegazioni non hanno assolutamente convinto i partiti di opposizione, per i quali le azioni che guidano Modi e i suoi vanno sempre in un'unica direzione, quella di creare uno stato nazionalista hindu. È un botta e risposta di accuse: Per Modi, i partiti di opposizione, che appoggiano le proteste, dicono "bugie e diffondono cattiva informazione".

Il premier nazionalista ha assicurato che i musulmani dell'India non devono preoccuparsi della legge. Eppure le polemiche non si placano. Tra i più attivi, gli studenti universitari, soprattutto di università islamiche come la Jamia Millia Islamia di New Delhi e la Aligarh Muslim University dell'omonima città dell'Uttar Pradesh. I musulmani inoltre, temono che questa loro esclusione possa avere in futuro conseguenze ulteriori, in termini di impossibilità di registrarsi come cittadini e potrebbero quindi essere addirittura espulsi dal paese.

Un nuovo passo verso l'Hindutva?

Per molti si tratta di un ennesimo tentativo di Modi di portare a termine l'Hindutva, l'idea di una India di hindu, alla base del credo del suo partito nazionalista hindu. Modi ha però spiegato che "la legge non avrà alcun effetto sui cittadini indiani, siano essi hindu, musulmani, cristiani, jainisti, buddisti o Sikh". Ma il precedente sul Kashmir a maggioranza islamico, la sentenza dell'Alta Corte che toglie ai musulmani la città sacra di Ayodya riconsegnandola ai fedeli di Visnu, sono segnali, per molti osservatori, verso l'applicazione fedele dell'hindutva.

Intanto sull'argomento si è espresso anche il pronipote di Gandhi, Tushar Arun Gandhi, che ha dichiarato che "per la prima volta dall'indipendenza, si sta tentando di imporre leggi o sistemi che discriminano sulla base della religione". Tarun ha denunciato che l'India si sta tramutando in una sorta di dittatura fascista.

Nel tentativo di contenere le proteste che hanno già provocato diverse morti, le autorità di polizia hanno vietato le manifestazioni pubbliche, in base alla sezione 144 di una legge che risale all'epoca coloniale inglese, e hanno bloccato l'accesso ad internet. Alcuni politici del partito di opposizione TrinaMol Congress Party, recatisi in Uttar Pradesh per incontrare le famiglie delle vittime, sono stati fermati e non hanno potuto lasciare l'aeroporto per andare in città. Tentativi di manifestazioni, prontamente bloccati, si sono registrati anche in diversi altri Stati, dal Tamil Nadu all'Assam.