Case chiuse: sempre più Comuni sono favorevoli

Ci aveva pensato già don Gallo nel lontano 1999, dichiarando che la prostituzione non è un reato, ma è un "fenomeno da gestire riconoscendolo come professione". Proponendo per Genova una zonizzazione, un "eros center" come lo chiamava lui, ritagliando un quartiere nella città che fosse funzionale al mestiere più antico del mondo. Oggi, la proposta è stata rimessa in piedi dal sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci, intenzionato ad individuare delle aree non abitate e ben illuminate utilizzate come case chiuse dalle prostitute. Una scelta fatta principalmente per porre fine allo sfruttamento e, soprattutto, al degrado della città.

Passano gli anni, ma la questione è sempre la stessa. La prostituzione in Italia esiste, ma lo Stato non trova le misure ottimali per regolamentarlo. In Italia, come nel resto d'Europa, vige il modello abolizionista, che consiste nel non punire la prostituzione né l'acquisto di prestazioni sessuali, ma al tempo stesso nel non regolamentarli. La legge punisce invece una serie di condotte collaterali alla prostituzione, come il favoreggiamento, lo sfruttamento o la gestione di case chiuse. Reati racchiusi nella famigerata Legge Merlin, in vigore dal 1958. In quarant'anni, però, le cose sono molto cambiate: sono circa 70 mila le persone - uomini e donne - che si prostituiscono e di questi l'80% sono stranieri, 40% dei quali non comunitari. Questo vuoto legislativo presente in materia comporta che - specie per gli extracomunitari - si faccia affidamento alla criminalità organizzata, che tutela le prostitute clandestine, ma a caro prezzo, riducendole in schiavitù.
Dove lo Stato manca, ci pensano allora gli enti locali a sopperire alla lacuna, emanando regolamenti che vanno a tamponare la legge. E' il recente caso del comune di Godega Sant'Urbano, nel trevigiano, dove il sindaco leghista Alessandro Bonet, appellandosi alla pubblica sicurezza, ha modificato il regolamento di polizia urbana: pene più severe per chi si prostituisce in strada, mentre non verrà perseguito chi esercita la professione all'interno della propria abitazione "senza procurare fastidio o creare turbativa all'ordine pubblico nel rispetto della civile convivenza e della pubblica moralità".

La necessità di regolamentare la prostituzione, o quantomeno di circoscriverla all'interno di edifici si fa sempre più sentita: senza andare troppo indietro con gli anni, nel 2000 l'allora ministro della Solidarietà sociale Livia Turco propose una modifica alla legge Merlin, presentando una riforma di legge che consentisse l'esercizio della prostituzione all'interno delle case, gestite attraverso cooperative dalle donne stesse. Delle vere e proprie attività imprenditoriali, sicure - anche dal punto di vista igienico sanitario - e in regola con la legge e con i conti. Ancora: nel  2010 la senatrice radicale Donatella Poretti presentò un emendamento alla legge di spesa, chiedendo il riconoscimento legale dell’attività e l’imposizione Irpef sull'attività di prostituzione.
Perchè regolamentare la prostituzione, come avviene ad esempio in Germania o in Danimarca, non sarebbe solo una soluzione ai problemi di degrado, di criminalità organizzata e quant'altro, ma soprattutto  un'ottima entrata per le casse dello Stato. Le stime parlano di 80 milioni di euro all'anno, secondo la Lega Nord invece si parla di 3 miliardi di redditi annui, tassandoli al 30%. E proprio la Lega punterà, in previsione delle elezioni politiche del 2013, ad una raccolta firme che preveda l'eliminazione della legge Merlin. Un cavallo di battaglia da non sottovalutare.

Yahoo! Notizie - Video: operazioni anti-prostituzione

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