Protesi PIP difettose: a che punto è l'inchiesta?

Silicone destinato all’uso industriale e invece utilizzato per produrre protesi al seno. Lo scorso dicembre è scoppiato lo scandalo delle protesi mammarie difettose della francese Pip (Poly Implant Prothese) che ha interessato non solo la Francia ma tutti i Paesi che hanno utilizzato questo tipo di protesi. Era impiegato un gel diverso da quello dichiarato, con un maggior rischio di rottura e con possibilità di effetti cancerogeni. Un allarme di portata mondiale con oltre 100mila pazienti che si sono sottoposte a questo tipo di intervento nell’area Ue, su oltre 400 mila in tutto il mondo.

Lo scorso febbraio l’Unione europea ha annunciato la volontà di proporre controlli più severi sul materiale a uso medico da usare negli interventi di chirurgia estetica. “La capacità di rilevare e ridurre al minimo il rischio di frodi aumenterà”, aveva detto il commissario Ue alla Salute, John Dalli. Nei mesi scorsi migliaia di donne a cui sono state impiantate le protesi in tutto il pianeta hanno chiesto la consulenza di medici per verificare di non aver riscontrato problemi per la salute. E alcuni Paesi, tra cui Francia e Venezuela, copriranno i costi per la rimozione degli impianti, eventualmente danneggiati o a rischio di rottura. Anche in Italia il ministro della Sanità Renato Balduzzi ha annunciato che “il servizio sanitario nazionale si farà carico del cambio delle protesi Pip su base dell’indicazione clinica specialistica”. Ovvero in caso di pericoli gravi per la salute. L’ex direttore della Pip, Jean-Claude Mas, accusato di aver provocato lesioni involontarie, è stato arrestato in Francia lo scorso 26 gennaio, per poi essere rilasciato il giorno seguente su cauzione.

L’Italia è già corsa ai ripari. Lo scorso gennaio Nicola Pepe, chirurgo plastico di Roma, sulle pagine del Corriere della Sera, ha fatto sapere di aver rimosso la prima protesi mammaria ad una donna di 55 anni che aveva subito una ricostruzione in seguito ad un intervento per carcinoma al seno. Lo stesso ha fatto con altre sei pazienti, tutte quelle sulle quali ha utilizzato protesi Pip. Nel frattempo il Parlamento ha compiuto un passo per ridurre i rischi. Lo scorso 22 maggio, infatti, è stata votata la legge che impone il divieto di protesi al seno per le giovanissime: prima dei 18 anni compiuti non sarà più possibile sottoporsi a mastoplastica additiva con protesi, a meno che non si sia in presenza di gravi malformazioni congenite che deturpano l’aspetto esteriore. Stop ai vezzi puramente estetici, quindi, almeno fino alla maggiore età. Il veto, votato all’unanimità, si inserisce in un contesto più ampio, al quale il governo lavorava da almeno due anni, già con l’allora ministro della Salute, Ferruccio Fazio, e che riguarda anche l’istituzione di registri regionali e nazionali delle protesi mammarie. L’input che ha accelerato l’iter legislativo è stato sicuramente anche lo scandalo del silicone Pip e la difficoltà nel rintracciare con certezza le pazienti impiantate in Italia (si parla di circa 4mila e 500 donne). Adesso il nuovo ministro alla Salute, Renato Balduzzi, avrà il compito di emanare, entro sei mesi, un decreto che regolamenti l’attuazione della legge nel dettaglio.

Intanto martedì 5 giugno la procura di Milano ha aperto un fascicolo, a carico di ignoti, in relazione alle protesi Pip, prodotte in Francia, importate in Italia e impiantate su pazienti in strutture sia pubbliche che private. Si tratta di un fascicolo senza indagati, già aperto dal pubblico ministero Nicola Balice con l’ipotesi di frode in commercio in seguito all’esposto Codacons inviato alle procure di tutta Italia. Altri fascicoli – sempre senza indagati e per ora tutti separati – sono stati aperti con l’ipotesi di lesioni colpose in seguito alle singole denunce di tre donne. Di queste, però, solo una avrebbe avuto problemi, mentre le altre, una volta venute a sapere di avere le protesi in questione, ne hanno subito richiesto la rimozione. Le indagini, comunque, sono tuttora in corso. Verranno acquisite, nell’arco del procedimento, le cartelle cliniche delle pazienti. Saranno poi condotti altri accertamenti sulla base della documentazione che riguarda la rintracciabilità dei dispositivi medici. L’obiettivo è quello di ricostruire tutto il percorso che hanno fatto dalla casa di produzione alla struttura sanitaria dove sarebbero stati poi impiantati sulle donne.

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