Proteste in Libano, il premier Hariri ha rassegnato le dimissioni

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Dopo le proteste che per giorni hanno interessato diverse città del Libano, il Presidente Saad Hariri ha rassegnato le sue dimissioni, segnando una svolta politica con forti ripercussioni interne.

Proteste in Libano, le dimissioni di Hariri

Gli esponenti di Hezbollah filo iraniani, presenti anch’essi nel governo, avevano annunciato che in caso di caduta dell’esecutivo avrebbero creato caos e dato origine ad una guerra civile. Centinaia di loro seguaci hanno infatti assalito con spranghe e bastoni i manifestanti che protestavano nella capitale Beirut. Gli agenti di Polizia erano schierati in maniera ridotta rispetto al solito e non hanno impedito l’assalto.

Tutto ciò è accaduto un’ora prima che il Premier si dimettesse ufficialmente. Un gesto dovuto, sottolinea lui stesso, derivato dalle richieste a gran voce provenienti dalle piazze. Ha ammesso di essere arrivato al capolinea e di non aver avuto altra scelta se non quella di lasciare l’esecutivo. “Ho cercato di trovare una soluzione all’interno della crisi ma ho raggiunto un vicolo cieco“, ha spiegato.

Secondo la Costituzione libanese, il Presidente della Repubblica deve ora accettare le dimissioni e avviare delle consultazioni per affidare un nuovo incarico. Diverse le ipotesi in campo, tra cui un governo tecnico presieduto dallo stesso Hariri ma con ministri non identificati con l’attuale classe politica accusata di corruzione. Oppure un esecutivo con a capo un premier di fiducia di Hezbollah, cosa che però alzerebbe le tensioni nel paese tra sciiti e sunniti.

Proteste in Libano

A scatenare le proteste era stata l’introduzione di nuove tasse da parte dell’esecutivo, in particolare quella sulle chiamate Whatsapp. L’occasione si era poi trasformata in manifestazioni generali contro il carovita, la mancanza di infrastrutture e la carenza di soluzioni economiche che sollevassero il paese.

Di fronte alle migliaia di cittadini scesi in piazza, Hariri aveva varato un provvedimento per bloccare le nuove imposte e dimezzare lo stipendio dei politici, per dare un segnale di svolta. Ma ciò non era servito a placare i manifestanti, che avevano annunciato di non lasciare le strade fino alle dimissioni del governo.