Provenzano: "È ora di scegliere da che parte stare"

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BOLOGNA, ITALY - JULY 08: Giuseppe Provenzano, Minister for the South and Territorial Cohesion, at the Festival Repubblica delle Idee, promoted by the newspaper La Repubblica on July 08, 2020 in Bologna, Italy. (Photo by Michele Lapini/Getty Images) (Photo: Michele Lapini via Getty Images)
BOLOGNA, ITALY - JULY 08: Giuseppe Provenzano, Minister for the South and Territorial Cohesion, at the Festival Repubblica delle Idee, promoted by the newspaper La Repubblica on July 08, 2020 in Bologna, Italy. (Photo by Michele Lapini/Getty Images) (Photo: Michele Lapini via Getty Images)

Giuseppe Provenzano, vicesegretario del Pd. Diciamo così: è stata una vittoria politica, non plebiscito sociale. Maturata in un campo stretto, perché la metà delle persone è stata a casa, il che dice molto sulla salute della democrazia.

Intanto è una vittoria, non scontata. Fino a sei mesi fa, e anche meno, l’opinione prevalente suffragata dai sondaggi era quella di un’Italia destinata a finire nelle mani di Salvini e Meloni. Abbiamo dimostrato che non è così. Ma questo è anche il frutto di un difficile lavoro di reinsediamento sociale, che io ritengo tutt’altro che concluso, anzi: è appena iniziato. Quell’astensione così elevata non va archiviata, ma è un dato su cui riflettere e agire. Quello che va archiviata però è l’immagine del Pd come partito della Ztl.

Mica tanto: il vostro consenso, piuttosto stabile rispetto alle scorse tornate, è trainato dai quartieri del ceto medio e alto. Cioè siete votati perché date il senso della stabilità, secondo me al limite della conservazione rispetto alle avventure.

In città come Roma e Napoli andiamo meglio fuori dalla Ztl, e non credo che da quelle parti votino per la conservazione dello status quo. Come non vedere la novità? Abbiamo davvero iniziato a praticare l’idea di una prossimità ai luoghi e ai bisogni delle persone che ci vivono. Enrico Letta ha battuto ogni borgo e ogni frazione del suo collegio e tutti noi abbiamo fatto la campagna nei quartieri periferici e anche nei piccoli centri.

Converrà che il problema delle periferie c’è.

In alcuni luoghi non andavamo da anni. Anche perché a lungo non abbiamo avuto niente da dirgli, puntavamo a rappresentare solo chi già ce la faceva. Ora, non mi faccio illusioni, l’Italia è profonda e il lavoro è ancora lungo. Ma è lì che si annida quella sfiducia nei confronti della politica, quell’idea di essere tagliati fuori dai processi di cambiamento, quel risentimento che ha nutrito e di cui si è nutrita la destra. E che noi dobbiamo contrastare con atti concreti. Includere gli esclusi è il compito della sinistra.

Ecco, sfiducia. La spieghiamo così? Col Covid si è infettata la democrazia, nel senso che metà dei cittadini non vedono più nella politica un vaccino per i loro problemi, perché la politica ha fallito e infatti è arrivato Draghi.

Non si può non considerare l’effetto della pandemia nei comportamenti sociali, e dunque anche elettorali. Ma la sua tesi è sommaria. Le scelte compiute durante la pandemia sono state politica. Il fallimento non è di tutti. È ciò che impropriamente definiamo populismo, ma che è stato cose diverse – antipolitica, ripiegamento nazionalistico, trumpismo all’italiana – che ha fallito proprio di fronte alla prova più difficile: governare nella peggiore crisi della storia contemporanea. E questo riguarda soprattutto la destra.

Va bene, lei dice: l’agenda fondata sull’evocazione del nemico, dall’immigrato al burocrate europeo, è stata sfondata dal Covid. E questo è vero. Però…

Però un attimo, diciamoci innanzitutto la verità: la destra italiana, sempre più estrema come hanno dimostrato le liste di Fratelli d’Italia e della Lega, piene di nostalgici più o meno dichiarati, si è seduta dalla parte sbagliata della storia: sull’emergenza sanitaria Salvini e Meloni parlavano come i no vax, e hanno issato non la bandiera della libertà sui vaccini, ma del “me ne frego degli altri”; sulla svolta europea del Pnrr loro e i loro riferimenti internazionali si sono schierati contro. Ma sono d’accordo con lei su un punto: la domanda politica nell’era post-Covid è cambiata per tutti. È una domanda che incrocia quei temi da sempre in cima alla nostra di agenda.

In che senso?

C’è stato un mutamento del senso comune delle persone intorno a istanze che naturalmente dovrebbero appartenere alla sinistra e al campo democratico: la riscoperta del ruolo decisivo dei beni pubblici e il fatto che per la nostra vita il pericolo non derivasse allo sbarco di pochi disperati a Lampedusa, ma da decenni di smantellamento della sanità territoriale, e così via.

La provoco: il governo Draghi ha mandato in tilt la destra più di voi. Ricorda qualcuno nel suo partito che diceva che con Draghi si preparava l’avvento della destra? E invece sono divisi in tre e Salvini è vittima degli imprenditori del Nord, mica male…

La crisi della Lega di Salvini in verità è iniziata prima, dall’estate del Papeete. Ma evidentemente non ha potuto reggere alla contraddizione che si è aperta nel far parte di un governo europeista che ha affrontato la pandemia con scienza e prudenza. Qualità del tutto estranee all’universo politico di Salvini, il vero sconfitto di queste elezioni. Per parte nostra ci siamo assunti fino in fondo una responsabilità, sosteniamo con lealtà e coerenza lo sforzo di Draghi, ma non nascondiamo le nostre idee, anzi le portiamo dove prima non andavamo più. Con un obiettivo dichiarato, e che ora appare percorribile: uscire da questa crisi a sinistra.

Dentro questa scissione tra popolo e populismo c’è anche la crisi dei Cinque stelle. Inseriamo anche loro nel capitolo “sfiducia verso la politica” essendo passati dal “mandiamo tutti a casa” al “votiamo tutti per non andare a casa”?

Il mutamento di pelle per un Movimento nato a con le parole d’ordine di Grillo e diretto dalla Casaleggio associati non è indolore. Il loro peccato originale è stato negare la distinzione tra la destra e la sinistra. La pandemia anche qui ha spazzato via questa illusione, e questo apre loro una crisi di prospettiva. E io dico: se con Conte ora sceglie il campo progressista deve essere coerente fino in fondo.

Mi pare che il peccato sia ancora commesso, con vostra indulgenza… Non pensa che quantomeno dovrebbero sostenere Gualtieri a Roma, cosa che Conte non riesce a dire perché ha mezzo Movimento contro?

Alleanze, apparentamenti ai ballottaggi sono prerogative dei candidati, ma noi ci rivolgiamo agli elettori che condividono un orizzonte progressista democratico e riformista, forti anche della credibilità dei nostri candidati. Ma è chiaro che chi sceglie quel campo è bene che lo scelga adesso. E questo non vale solo per il Movimento Cinque stelle.

Scusi però, sono anni che parlate di alleanze “strategiche”, ora di “prospettiva”, e non pretendete neanche che l’alleato salga su un palco per sostenere il suo ex ministro? Sta diventando una barzelletta.

Rivendico di aver sempre detto che il futuro di questa alleanza dipendeva dalla scelta di campo tra la destra e la sinistra. La domanda andrebbe rivolta a Conte. Dico solo che sul futuro di Roma capitale c’è poco da scherzare.

Lei accennava ai moderati, cioè a Calenda. Le chiedo: continuate a discutere con i Cinque stelle che si stanno estinguendo e non vedete che c’è un tema di riformismo o di moderati o come diavolo vuole chiamarli?

Vedo che sta nascendo un acceso dibattito tra gli sconfitti dal Pd su cosa deve fare o non fare il Pd. Ci siamo abituati per le sconfitte, figurarsi se ci indispettiamo ora che abbiamo vinto. Ma ammetterà che un po’ curioso, anche perché alla guida di questo campo democratico e progressista ci siamo noi. E siamo aperti, non ricadremo nell’errore esiziale dell’autosufficienza. Ma la discussione va ribaltata. Il tema non è cosa fa il Pd, ma cosa fa chi si vuole alleare con il Pd.

Mettiamola così: se però un elettore del Pd ha votato Calenda, per tutta una serie di ragioni compreso perché vuole un Pd più moderato, riformista, questo riguarda voi, o no?

A parte che dovremmo chiarirci su moderatismo e riformismo, a partire dal fatto che non coincidono, anzi. Ma essere moderati ormai temo che non sia più una categoria politica. A me pare più un’attitudine personale, di cui in verità sono del tutto sprovvisti coloro che si candidano a rappresentare i moderati. I nostri candidati, invece, hanno questa attitudine. Non le sembra moderato Lepore? Eppure è il più di sinistra. Ci dicevano che per questo non avrebbe vinto e invece ha fatto il record a Bologna. Come la mettiamo? La verità è che è tempo di un riformismo radicale. Questa è la nostra ricetta.

Ma il voto di Calenda lo volete o no?

Ho rispetto per l’affermazione di Calenda a Roma, caso in verità più unico che raro in quell’area centrista. Certo c’è dentro di tutto, compreso un consistente voto di destra che lo ha preferito a Michetti, ma nemmeno nella fase più accesa dello scontro, e degli insulti rivolti ad autorevoli dirigenti del nostro partito, Enrico Letta ha escluso che potesse essere interlocutore di questo campo. Ma, a proposito di coerenza, se sei un iscritto nel gruppo socialista e democratico in Europa, dove sei stato eletto nelle nostre liste, forse non puoi fare una campagna dicendo che destra e sinistra pari sono e bearti del sostegno di Giorgetti. O no?

Sta dicendo a Calenda: schierati e poi riapriamo il discorso.

La verità è che, anche in questo caso, il tema di chi scegliere tra Gualtieri e Michetti non dovrebbe nemmeno porsi. Noi, tanto più dopo queste amministrative, abbiamo la responsabilità di non chiudere le porte a nessuno. Ma nemmeno possiamo accettare veti.

Però, Provenzano, scusi la prosa: Conte non sale sul palco per Gualtieri, Calenda non lo volete. Il campo, tanto largo, non mi pare.

Noi ci rivolgiamo prima di tutto agli elettori. Ai ballottaggi funziona così. Le urne ci dicono che c’è una scelta di campo da fare e c’è bisogno di chiarezza: o di qua o di là.

Un’ora dopo la conversazione è d’obbligo richiamare Provenzano dopo che la Lega ha disertato il Cdm. Ed è appena finita la riunione dei ministri del Pd al Nazareno. Dice Provenzano: “Ci siamo riuniti d’urgenza con Letta e i ministri perché siamo molto ptreoccupati. La Lega è stata sin qui una mina per Draghi, ora Salvini chiarisca se ha intenzione di scaricare la sua sconfitta sul governo”

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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