Purghe e promozioni, così Xi ha ridisegnato il suo cerchio magico

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Chinese President Xi Jinping is seen on a giant screen at a media centre as he delivers a speech via video at the opening ceremony of the China International Import Expo (CIIE) in Shanghai, China November 4, 2021. REUTERS/Andrew Galbraith (Photo: Andrew Galbraith via Reuters)
Chinese President Xi Jinping is seen on a giant screen at a media centre as he delivers a speech via video at the opening ceremony of the China International Import Expo (CIIE) in Shanghai, China November 4, 2021. REUTERS/Andrew Galbraith (Photo: Andrew Galbraith via Reuters)

La seconda giornata del sesto Plenum del PCC si è conclusa oggi, e mentre i quasi 400 delegati del Partito riuniti nel “conclave rosso” si avviano verso l’approvazione unanime ed entusiastica della storica “Risoluzione” presentata ieri da Xi Jinping, si delinea un quadro più preciso dei futuri assetti della “geografia del potere” in Cina. Tra purghe, epurazioni, pensionamenti e opportune promozioni, Xi sta preparando da tempo lo schema della prossima “stanza dei bottoni” a Pechino, in vista del Congresso generale del partito che, tra un anno più meno esatto, ci dirà come sarà il “dopo-Xi”. Che altro non sarà se non un “nuovo-Xi”, in quanto tutto è già stato da tempo preparato per assicurare un nuovo mandato (il terzo) all’uomo più potente nella storia cinese dopo Mao, Xi appunto.

In Cina, lo abbiamo scritto molte volte, la forma è sostanza ancor più che altrove, e molta parte delle discussioni o dei dibattiti della “ufficialità” sono spesso solo rappresentazioni dal valore “simbolico, ” ad uso e consumo del popolo, ma che prevedono copioni già scritti e approvati nelle segrete stanze di quella che, una volta, era la “Città proibita”. È il caso, per esempio, della citata risoluzione –già definita “storica” - intitolata prolissamente “Risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sulle principali conquiste ed esperienze storiche della lotta centenaria del Partito” presentata appunto da Xi e – teoricamente - da “esaminare e approvare” attraverso una “deliberazione” al Plenum del Partito in corso a Pechino.

In realtà, già il 18 ottobre scorso, nel corso di una riunione più o meno segreta del Politburo del Partito Comunista Cinese, i massimi leader del Paese hanno discusso, come ha poi rivelato il People’s Daily ,“i documenti da sottoporre all’esame e all’approvazione della Sesta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale”. È stato a quel punto che il nome completo dell’imminente “Risoluzione” è stato rivelato pubblicamente. Quel rapporto affermava che tutti i presenti alla riunione “hanno pienamente affermato il progetto di risoluzione del Presidente Xi e sono stati all’unanimità a favore della struttura quadro e del contenuto principale del progetto di risoluzione, ritenendo che il progetto di risoluzione fosse fattuale, mostrasse rispetto per la storia, fosse tematicamente chiaro ed esauriente nella sua sintesi.” Quindi la “Risoluzione” era a quel punto un fatto compiuto - e il processo del Plenum va letto per quel che è: un’approvazione simbolica – in ossequio a un’immagine rituale di “democrazia” interna al Partito – di qualcosa già preventivamente discusso e approvato “nelle Segrete Stanze” del potere cinese.

Allo stesso modo – ormai da settimane, se non da mesi – si sta sviluppando un altro percorso (ben più “fattuale” di quanto non sia in realtà la prossima “Risoluzione” al Plenum di Xi) gestito con mano ferma e inflessibile, e soprattutto personalmente – dallo stesso Xi: la ristrutturazione del suo “cerchio magico”, cioè di quel ristretto gruppetto di uomini destinati a coadiuvarlo e sostenerlo nei prossimi anni dopo la scontata riconferma al vertice della seconda superpotenza economica del Pianeta. Un percorso che conta già alcune vittime eccellenti delle inevitabili purghe ad esso correlate. Come il viceministro cinese della pubblica sicurezza, Sun Lijun, arrestato pochi giorni fa per presunte “gravi violazioni della disciplina e della legge del partito”. Un arresto “eccellente” che fa seguito all’incarcerazione, all’inizio dell’anno, dell’ex capo dell’Interpol Meng Hongwe, accusato di corruzione. Meng, che è stato anch’egli vice ministro della sicurezza, è stato condannato a 13 anni di reclusione nel gennaio dello scorso anno, per corruzione.

In realtà, anche l’ormai ex potentissimo Sun Lijun - che è stato anche a capo della temutissima Polizia Segreta di Pechino - si è ritrovato addosso un bel carico di accuse di corruzione, per aver accettato tangenti, secondo quanto dichiarato dal Procuratore di Stato. L’indagine che lo ha coinvolto - durata ben 17 mesi, un’eternità, in un Paese dove ci si impiega meno tempo a spedire qualcuno sul patibolo - indica la complessità del caso che riguarda un uomo con “ambizioni politiche enormemente gonfiate” e una “scorta segreta di “materiali riservati”, come affermano gli inquirenti. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha affermato che “l’ambizione politica” di Sun era estrema e che aveva lavorato con altri per distruggere l’unità e la sicurezza politica del partito, formando bande e fazioni e prendendo il controllo dei dipartimenti chiave. Ma non basta, perché Sun avrebbe anche condotto “una vita corrotta” senza “nessuna linea di fondo morale” e sottratto un ammontare imprecisato di fondi, affermano i rapporti giudiziari, che lo accusano anche di “pettegolezzo, furto e inganno”, oltre che di “condurre una vita “stravagante”, accettando ingenti doni e spendendo “grosse somme al gioco”. Sun, considerato fino alla sua caduta in disgrazia anche un uomo chiave nella lotta alla Pandemia, è stato arrestato per la prima volta nell’aprile 2020, giusto un mese dopo essere apparso sulla TV cinese insieme a Xi durante una visita a Wuhan, inizialmente accusato di avere “abbandonato senza giustificazione il suo incarico in prima linea nella lotta contro l’epidemia di Covid-19” e di essere “impegnato in attività superstiziose”.

Sun, che ha 52 anni, è stato l’assistente personale dell’ex capo della sicurezza Meng Jianzhu, al vertice della Commissione centrale per gli affari politici e legali dal 2012 al 2017. Successivamente è stato promosso a guidare il potente Primo Ufficio all’interno del Ministero della Pubblica Sicurezza, che si occupa degli affari coperti da segreto di Stato” della Cina, delle forze di polizia che sovrintendono alla sicurezza interna e delle questioni di sicurezza per Hong Kong e Macao. Una figura, dunque, di assoluto rilievo nelle stanze del potere cinesi, custode di innumerevoli segreti divenuto – con ogni evidenza – scomodo o troppo potente e per questo “epurato” per volere di Xi. Che probabilmente non gli ha mai perdonato – come sostengono i ben informati – la sua adesione alla cosiddetta “Cricca di Shanghai”, che riunirebbe nomi importanti della politica cinese sotto la direzione del principale e più potente tra i nemici di Xi, l’ormai anziano suo predecessore, Jang Zemin.

Xi Jinping ha fortemente promosso diverse ondate di purghe “politiche” negli ultimi anni, soprattutto tra gli alti dirigenti delle forze di sicurezza interna cinesi (quelli che più di altri vengono inevitabilmente a conoscenza di molti segreti “scomodi” della leadership..), giurando di “rivolgere la lama del coltello verso l’interno” per stanare coloro i quali vengano ritenuti corrotti o non fedeli al partito e – soprattutto - al suo leader. Durante queste campagne sono stati abbattuti una serie di alti funzionari della sicurezza, tra cui l’ex ministro della giustizia cinese Fu Zhenghua. Fu, che come i suoi compagni di “disgrazie” Sun e Meng, è stato anche lui (manco a dirlo) viceministro della pubblica sicurezza, è stato arrestato all’inizio di ottobre per un’indagine su “gravi violazioni” della disciplina e della legge del partito. All’inizio di settembre, Deng Huilin, l’ex capo della polizia di Chongqing, e Gong Daoan, ex capo della polizia di Shanghai, sono stati processati con l’accusa di corruzione. Deng è stato accusato di aver preso 43 milioni di yuan (6,6 milioni di dollari) in tangenti e Gong 73 milioni di yuan. Entrambi si sono dichiarati colpevoli e sono in attesa di giudizio.

La strada verso una sicura rielezione passa per Xi Jinping non soltanto attraverso la rimozione diretta di funzionari o esponenti di spicco del Partito che potrebbero intralciarne il cammino, bensì persegue da tempo anche un accorta strategia di “sostituzione ai vertici”, in nome del principio del ringiovanimento del Partito, fortemente voluto e predicato dallo stesso Xi, che fissa, seppure in modo informale, l’età massima pensionabile in 68 anni. Un principio che – ovviamente verrebbe da dire – non lo riguarda personalmente, visto che Xi ha compiuto 68 anni il 15 giugno scorso, così come non lo riguarda - e questo ormai lo si è capito bene – il limite dei due mandati per la leadership, stabilito a suo tempo da Deng Xiaoping. Quasi una dozzina dei 25 membri del potente Politburo avranno più di 68 anni nell’ottobre del prossimo anno, e tra questi spicca il nome del premier Li Keqiang, che si ritirerà (lui sì...) dopo aver completato i due mandati. Li come altri potenti andrà sostituto quindi “per raggiunti limiti di età”, e il suo – ed altri ruoli chiave oggi occupi da “anziani” del Partito - lo prenderanno alcuni “astri nascenti” , i cui nomi verranno formalmente annunciati al Congresso nazionale quinquennale del prossimo anno. Si tratta di giovani – secondo gli standard cinesi – ovvero funzionari nati negli Anni ’70, e detti “di settima generazione”, che adesso ricoprono posizioni di vertice a livello provinciale e non nazionale, come i comitati permanenti provinciali, oppure negli organi di partito o dipartimenti governativi, i quali hanno le maggiori possibilità di salire al vertice. Alcuni tra i più promettenti – come Liu Hongjian, Liu Jie e Shi Guanghui – sono stati di recente promossi a ruoli più importanti, come la sicurezza e la gestione delle risorse umane del partito, un chiaro segno che Xi vuole metterne alla prova le capacità e, soprattutto, l’assoluta fedeltà.

Sebbene provengano da tutta la Cina, questi alti funzionari hanno alcune cose in comune: sono come minimo laureati e hanno frequentato corsi alla Central Party School del partito, il che li ha resi idonei a un’ulteriore promozione. Molti hanno anche un curriculum consolidato in settori specializzati, tra cui la promozione del turismo, la gestione dei porti, la pianificazione urbana e lo sviluppo di zone hi-tech.

Con i suoi 48 anni, Liu Hongjian, è il più giovane tra questi “astri nascenti”. A maggio, Liu è diventato il membro più giovane di un comitato permanente provinciale in Cina, quando è stato promosso a guidare la Commissione per gli affari politici e legali dello Yunnan, che sovrintende alla sicurezza e alle forze dell’ordine della provincia. Nato nella contea di Fuding, nella città di Ningde, ha trascorso quasi due decenni lavorando nella sua città natale, una delle regioni più povere del Fujian, dove Xi Jinping è stato capo del Partito Comunista dal 1988 al 1990. Nel 2012, Liu è stato promosso a capo della promozione turistica della provincia prima di essere nominato sindaco della città di Nanping nel luglio 2018. Ha lasciato il Fujian per diventare vice governatore della provincia sudoccidentale dello Yunnan nel luglio 2020 e sono in molti a ritenere che sia in cima alla lista dei preferiti di Xi. Una lista formata da altri “giovani”, come il 49enne segretario generale del comitato del partito della provincia di Jiangxi, Wu Hao o il suo coetaneo Fei Gaoyun, attualmente a capo della commissione provinciale per gli affari politici e legali della provincia orientale di Jiangsu.

Non ci sono donne, tra gli “astri nascenti” della politica cinese. Segno, probabilmente, che è ancora troppo presto per vedere quella che Mao definiva “l’altra metà del Cielo” ricoprire un ruolo veramente apicale in Cina. E men che mai candidata alla suprema leadership cinese. Ammesso, poi, che esista qualcuno, attualmente e nei prossimi decenni in Cina, maschio o femmina che sia, che osi proporsi quale alternativa all’ormai “presidente eterno” Xi Jinping.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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