Putin vuole chiudere "Memorial", la ong fondata da Sakharov

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L'insegna di Memorial (Photo: Radio Free Europe)
L'insegna di Memorial (Photo: Radio Free Europe)

Lo scorso 8 novembre, l’ufficio del Procuratore Generale russo ha fatto appello alla Corte Suprema per chiudere Memorial, la più antica organizzazione per la difesa dei diritti umani fondata ai tempi della perestrojka dal Nobel per la Pace Andrei Sakharov e da altri dissidenti sovietici. È l’ennesima maglia che si stringe intorno alla sua sopravvivenza dopo che nel 2016 era stata considerata ‘agente straniero’ dal regime. Motivo: i difensori dei diritti umani dal 2013 al 2016 sono stati impegnati in “attività politiche” e hanno “diffuso opinioni sulle decisioni prese dagli organi statali. Queste circostanze indicano che la società dimostra un persistente disprezzo per la legge” conclude l’ufficio del Procuratore Generale. L’udienza si terrà il 25 novembre alle 11.

“Memorial aveva già ricevuto molte multe ed era sempre riuscita a pagarle e continuare il suo lavoro - afferma Andrea Gullotta, presidente di Memorial Italia - se vediamo la situazione da un punto di vista diacronico, sembra si stia andando verso la soluzione finale della società civile in Russia. In Italia siamo salvi e se dovesse concludersi male per Memorial e chiudere porteremo avanti per lei le sue battaglie”.

Chi sono gli ‘agenti stranieri’

La legge sugli agenti stranieri in Russia risale al 2012. Le autorità decisero di tagliare le donazioni estere che arrivavano alle Ong russe con conseguenti danni alla reputazione, minacce e provvedimenti giudiziari. Solo lo scorso settembre sono state aggiunte alla lista 22 persone e diverse organizzazioni che la Federazione russa percepisce come possibile minaccia al precario equilibrio dei diritti su cui poggia. “Questa legge è anti-legale e immorale nella sua stessa essenza - scrive in un comunicato Memorial - anti-legale perché conferisce al potere esecutivo le prerogative del tribunale. E immorale perché a priori si presume che le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero agiscano per volere dei loro sponsor”. Izvestija, giornale vicino al Cremlino, riporta la risposta del segretario stampa del presidente russo Dmitry Peskov: “Ora non posso commentare questo argomento, perché non so quale sia il motivo dell’iniziativa di chiudere l’organizzazione. Prima di dare qualsiasi commento, dobbiamo prima scoprire le giustificazioni specifiche dell’ufficio del Procuratore ”.

La più antica organizzazione per la tutela dei diritti in Russia

Non è il primo caso di pressione che subisce Memorial: qualche giorno prima dell’appello, la sede dell’organizzazione era stata attaccata da una decina di uomini con il volto coperto che, durante la proiezione di un film sul Holodomor - la carestia che Stalin ha inflitto all’Ucraina negli anni Trenta - hanno tenuto in ostaggio i dipendenti fino alle prime ore del mattino, usando un paio di manette per chiudere a chiave le porte dell’edificio.

Le manette che bloccano la porta dell'ufficio di Memorial durante un'aggressione (Photo: Novaya Gazeta)
Le manette che bloccano la porta dell'ufficio di Memorial durante un'aggressione (Photo: Novaya Gazeta)

Memorial nasce nel 1987 con l’intento originario di ripristinare la verità storica sulla repressione politica di massa negli anni dell’Urss. Con il tempo, poi, ha iniziato a tutelare i diritti umani, facendosi garante della libertà d’espressione. Hanno iniziato a lavorare anche lì dove nessuno voleva andare: nei conflitti armati del Caucaso e in particolare in Cecenia. Oggi comprende 74 organizzazioni, 10 delle quali operano fuori dalla Russia.

La stretta sulla libertà d’espressione e il consenso a Putin

Le dinamiche in cui incappano giornalisti, attivisti, politici oppositori di Putin o Ong non risuonano come una novità: “Difficilmente passa un giorno senza che qualcuno venga multato, mandato in prigione, ufficialmente ritenuto indesiderabile o dichiarato agente straniero” riporta l’Economist. Durante il suo primo decennio al potere, le cose per Putin erano andate abbastanza bene, aiutate soprattutto dalla crescita economica. A partire dal secondo decennio, però, la crescita si bloccò e iniziarono a scoppiare grandi proteste. Nella Federazione russa, il cappio alla libertà d’espressione, presa in tutte le sue forme, oggi scala una salita sempre più ripida: secondo un sondaggio del Centro Levada, la paura della repressione, ormai condivisa dal 52% della popolazione russa, e della violenza dello Stato (58%), sono ai massimi storici di tutti i tempi. Di contro, l’avvento di internet ha reso il controllo del governo russo sull’opinione pubblica più difficile. “Putin fu portato al potere dalla televisione, che poi lo aiutò a consolidare il suo controllo - scrive l’Economist - il pubblico dipendeva dal mezzo che monopolizzava. Tutto ciò che non veniva trasmesso in televisione non esisteva”.

il cambiamento dei mezzi su cui la popolazione russa si informa (2013-2021) (Photo: The Economist)
il cambiamento dei mezzi su cui la popolazione russa si informa (2013-2021) (Photo: The Economist)

L’ascesa dello smartphone ha cambiato tutto. Si è ridotto il consumo di notizie su tv, radio e quotidiani e nello stesso periodo è scesa la fiducia in Putin (dal 60% al 30%). Poi le proteste del 2019 che hanno costituito uno spartiacque. L’entrata in scena di Alexey Navalny, leader dell’opposizione russa, ha piantato il seme della possibilità di un’alternativa a Putin. Sebbene Navalny avesse sostegno a Mosca, solo il 20% dei russi lo approvava. Il resto, però, ora sapeva chi era. “Una delle risorse chiave di qualsiasi autocrazia, l’apparente assenza di qualsiasi alternativa, era andata perduta” scrive l’Economist. L’élite russa ha iniziato a parlare di successione e il leader del Cremlino ha cambiato la costituzione per rimanere al potere a tempo indeterminato. Ora Navalny è in carcere, la sua organizzazione è stata dichiarata ‘estremista’ e tutta la squadra costretta a lasciare il Paese. All’orizzonte di Putin non appaiono minacce concrete e temibili anche se la vite della repressione continua a girare e Memorial non pare esserne l’ultima vittima.

Il calo del consenso di Putin dal 2015 a maggio 2021 (Photo: The Economist)
Il calo del consenso di Putin dal 2015 a maggio 2021 (Photo: The Economist)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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