Quali rapporti tra Bruxelles e Londra dopo la Brexit?

D. Carretta, M. Maugeri

L'Unione europea vuole "una partnership senza precedenti" con il Regno Unito dopo la Brexit ma, in attesa di sapere quali sono le reali intenzioni di Boris Johnson dopo la sua schiacciante vittoria alle elezioni della scorsa settimana, si prepara anche a lavorare su un possibile piano B: dare priorità a quei settori in cui non c'è alcun quadro internazionale che possa fungere da paracadute se Bruxelles e Londra non riusciranno a arrivare a un accordo sulle relazioni future.

Downing Street ha fatto sapere che da venerdì dovrebbe scattare la maratona a Westminster per far approvare l'accordo sulla Brexit. "Ci aspettiamo una rapida ratifica dell'accordo di recesso", ha detto oggi il premier olandese, Mark Rutte, dopo un incontro con il capo-negoziatore Ue, Michel Barnier.

Se tutto andrà secondo i piani, il 1 febbraio il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. Il giorno dopo la Brexit scatterà una maratona negoziale per chiudere il più rapidamente possibile un patto di libero scambio che permetta alle merci di continuare a circolare senza dazi e senza quote. "Il Regno Unito diventerà uno Stato terzo, ma alla fine ci sarà una partnership senza precedenti", ha detto una portavoce della Commissione, Dana Spinant: "Vogliamo che le relazioni future siano il più strette possibili e nel pieno rispetto dei nostri principi. Cercheremo di ottenere il massimo nel breve periodo disponibile". Il problema è che per questo tipo di intese - come gli accordi commerciali con il Canada e il Giappone - generalmente ci vogliono anni. Ma Johnson ha già detto che non intende prolungare il periodo transitorio, che permette ai britannici di continuare a avere accesso al mercato interno e alle altre politiche Ue, oltre il 31 dicembre 2020.

Sei mesi per trovare un'intesa

Londra e Bruxelles avranno poco più di sei mesi per arrivare a un accordo sulle relazioni future, che poi dovrà essere ratificato dall'Europarlamento e a certe condizioni anche dai parlamenti nazionali. Ai tempi stretti del calendario si aggiungono le divergenze tra Londra e Bruxelles sulla sostanza di un futuro accordo commerciale. Johnson vuole avere libertà di divergere dagli standard Ue sulla legislazione fiscale, sociale, ambientale e di sicurezza alimentare. Ma con lo slogan "zero dazi, zero quote e zero dumping" Bruxelles ha fatto sapere che non intende permettere al Regno Unito di avere accesso libero al mercato Ue se non ne seguirà la legislazione.

Il pericolo è che il 1 gennaio del 2021 si riaffacci l'incubo di un "no-deal" con tutte le sue conseguenze catastrofiche per l'economia e la sicurezza di Regno Unito e Unione Europea. Data l'imprevedibilità di Johnson e il rischio di un mancato accordo sulle relazioni future, Bruxelles non vuole farsi trovare impreparata. In una conferenza stampa venerdì scorso la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha svelato i contorni del piano B: "focalizzarsi" sui settori per i quali non c'è un quadro internazionale che possa fungere da riferimento: dati, scambio di informazioni, cooperazione giudiziaria e di politica. Dal piano B sarebbero però esclusi il commercio e buona parte dei servizi (che possono ricadere nell'ambito del quadro Wto).

Il rischio di una "Singapore sul Tamigi"

La minaccia di dazi da parte dell'Ue potrebbe servire a convincere Johnson a non adottare una posizione negoziale troppo intransigente. Ma sullo sfondo c'è una vera preoccupazione degli europei: che il Regno Unito si trasformi in una Singapore sul Tamigi, pronto a fare concorrenza al continente, infischiandosene di tutte le regole fiscali, sociali e ambientali.

"La relazione futura tra Ue e Regno Unito deve essere ambiziosa, ampia e equa", ha detto Rutte. "Lavoreremo per una forte partnership con il Regno Unito, incluso commercio libero e equo", ha spiegato Barnier. È su significato dell'aggettivo "equo" che ci sarà il prossimo braccio di ferro tra Londra e Bruxelles.