Quali sono le Regioni 'gialle e arancioni' che rischiano di passare in fascia rossa

Paolo Giorgi
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AGI - Potrebbe già cambiare, anzi è molto probabile, il “semaforo” delle regioni italiane, suddivise in gialle, arancioni e rosse in base al livello di rischio. Le nuove restrizioni sono scattate infatti appena venerdì scorso, giorno di entrata in vigore del dpcm firmato dal premier Conte il 3 novembre, e oggi pomeriggio una nuova riunione della cabina di regia per il monitoraggio regionale, composta da ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e tre rappresentanti delle Regioni, è chiamata a valutare i nuovi dati giunti dai territori e a decidere eventuali spostamenti in una fascia a rischio più alto.

Escluso invece che regioni rosse o arancioni riescano a scendere a un livello meno grave: per abbassare i livelli di rischio servono almeno due settimane di monitoraggio. Al momento sono in fascia rossa - che prevede tra l'altro il divieto di ogni spostamento, anche all'interno del proprio Comune, in qualsiasi orario, la scuola in presenza solo fino alla prima media e la chiusura di negozi, bar e ristoranti - Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, cui si aggiunge l'Alto Adige che si è autoproclamato 'zona rossa'.

In fascia arancione, considerata “intermedia” e che prevede il divieto di spostamento tra una regione e tra un comune e l'altro, sono collocate Puglia e Sicilia. Mentre in fascia gialla, che ha le misure restrittive valide in tutto il Paese (il “coprifuoco" dalle 22 alle 5, la chiusura di musei e mostre, la didattica a distanza alle superiori e la riduzione fino al 50% per il trasporto pubblico), sono tutte le altre:  Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Provincia di Trento, Sardegna, Toscana, Umbria, Veneto. Su alcune di queste pende il giudizio degli esperti, che hanno sul tavolo i nuovi dati settimanali. 

I 21 indicatori presi in esame

Il punto chiave della vicenda sono proprio i dati: sono 21 gli indicatori presi in esame dalla cabina di regia per attribuire i “colori”, ma la prima suddivisione, risalente appunto alla settimana scorsa, si fondava sui dati del monitoraggio della fine di ottobre. Troppi i numeri incompleti o in ritardo dalle Regioni. Lo stesso ritardo che ha fatto slittare la riunione, e la relativa decisione, prevista per la fine della scorsa settimana.

Da 6 mesi infatti (l'istituzione della cabina di regia risale al 4 maggio, alla fine del lockdown) gli esperti facevano il punto al massimo entro giovedì, per presentare i risultati del monitoraggio venerdì, di rado sabato. Mentre il punto stampa al ministero di giovedì scorso non ha fornito i dati nuovi, limitandosi a spiegare che alcune regioni, soprattutto quelle a rischio più alto, "hanno un problema di stabilità del dato", per via delle difficoltà "nella raccolta dei dati", ha ammesso il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro.

"Ci sono regioni come la Val d'Aosta - ha spiegato - che hanno difficoltà a raccogliere dati per un periodo consistente, il che porta secondo l'algoritmo definito a un rischio alto". Ecco perché proprio la Val d'Aosta è finita in fascia rossa: tra i 21 indicatori, infatti, ce ne sono diversi sulla capacità di monitoraggio e di fornire in tempi prestabiliti dati certi e stabili. Il ritardo nella trasmissione dei dati o numeri incompleti, insomma, non solo possono condizionare proprio la “pagella” attribuita a una Regione (anche se il ministero della Salute e l'Iss tengono a ribadire che non si parla di pagelle: “Lo spirito tecnico scientifico è di supporto, capire dove si sta andando, la rotta da percorrere, non è una valutazione di nessun tipo”) ma hanno influito anche sulla tempistica dell'aggiornamento.

L'escalation degli ultimi giorni

Nel punto stampa di giovedì, Brusaferro ha ammesso: "Non abbiamo ancora dati aggiornati”, annunciando che sarebbero stati presentati il giorno dopo per poi correggersi con un più prudente “entro 48 ore”.

Ci sono voluti 4 giorni, a conferma del momento di difficoltà proprio nella raccolta dati da parte di dipartimenti di prevenzione, Asl e assessorati letteralmente sommersi dall'emergenza. "Escluderei il dolo delle regioni”, ha cercato di smorzare i toni Brusaferro. “C'è stato un grande aumento dei casi nelle ultime settimane con rapida crescita e questo mette in difficoltà il sistema. Il notevole carico di lavoro può portare dei ritardi".

Le regioni che rischiano di più

Oggi comunque, a scanso di ulteriori colpi di scena, potrebbe arrivare una nuova stretta: alcune regioni ‘gialle' avevano già fatto discutere la scorsa settimana, in primis la Campania, alle prese con numeri allarmanti (anche ieri altri 4.600 casi), “graziata” nel primo monitoraggio per via di un Rt ritenuto indice di una certa stabilizzazione almeno in prospettiva, pari a 1,49, ossia a un millimetro da quello indicato come soglia di rischio superiore, ossia 1,5, peggio se mantenuto per più settimane consecutive.

Anche il Veneto, la Toscana, l'Emilia, hanno fatto registrare aumenti notevoli, anche se in questi casi sono in parte bilanciati dalla disponibilità di posti letto, a partire da quelli in terapia intensiva, che rende soprattutto il Veneto ancora lontano dalla soglia di occupazione del 30% considerata critica dal ministero (è al 19% secondo i dati Agenas, ben sotto il 34% raggiunto su base nazionale).

Di certo non mancano le criticità: se il sistema di monitoraggio promette di fornire una griglia oggettiva e incontestabile, che attraverso algoritmi prestabiliti dovrebbe produrre pressoché in automatico il quadro aggiornato della situazione, le variabili sono tante e tali da renderlo traballante. Anzitutto, come detto, i tempi: le difficoltà della raccolta dati, ma anche il virus stesso che, si sa, confonde le acque già di suo, manifestandosi dopo giorni dal contagio.

Se oggi registriamo mille nuovi casi si tratta di persone infettate anche dieci o dodici giorni fa. È come osservare una stella distante anziché diversi anni luce diciamo due settimane luce: quello che vediamo al telescopio è il riflesso remoto di una cosa già avvenuta.

Questo condiziona anche l'indice Rt, ritenuto dagli esperti tra i criteri più affidabili: l'"attuale” indice Rt italiano, all'1,7, risale in realtà a molti giorni fa. Per di più, per stessa ammissione dell'Iss che sul suo sito invita invece a prendere questo valore con la dovuta prudenza, l'Rt si calcola solo sui casi sintomatici, quindi sfugge l'enorme massa di asintomatici che fino alla fine dell'estate il sistema riusciva a tracciare con discreta efficacia e ora sono sostanzialmente lasciati a casa, nella migliore delle ipotesi, essendo i tamponi riservati ormai solo a verificare la positività in chi ha sintomi.