Quando il Vaticano scoprì l'opinione pubblica con il Concilio

Cro/Ska

Città del Vaticano, 18 set. (askanews) - "L'opinione pubblica ha influenzato il Concilio. Al posto dei re e principi di un tempo, c'è oggi l'opinione pubblica. Il ruolo dei rappresentanti ufficiali e degli ambasciatori è oggi esercitato dai giornalisti. L'informazione che, in pochi istanti, vola da un punto all'altro del mondo, ha rimpiazzato i messaggi segreti di un tempo". Sono parole pronunciate nel 1965 dal cardinale Franz Koenig, arcivescovo di Vienna, in pieno Concilio vaticano II, l'evento che ha impresso la svolta più significativa nel rapporto tra la Chiesa e il mondo della comunicazione moderna.

A riportare le parole del porporato austriaco, come le testimonianze di molti protagonisti e testimoni della "comunicazione nella storia della Sala Stampa Vaticana" è la giornalista di Acistampa Veronia Giacometti nel libro "Anche i Papi comunicano" (Tau editrice). Il volume è stato presentato la sera di martedì 17 settembre a Roma da Alessandro Gisotti, vice direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione vaticana, e da Gianfranco Svidercoschi, vaticanista e scrittore. A introdurre è stato Alan Holdren, capo dell'ufficio romano di Ewtn, Eternal Word Television Network, e Angela Ambrogetti, direttore di Acistampa, l'agenzia in lingua italiana del Gruppo Aci-Ewtn.

"Il libro - ha spiegato l'autrice - ha come obiettivo comprendere il rapporto tra i Papi e la comunicazione; mettere a fuoco il modo in cui la stampa intuisce e narra il dato e il gesto religioso attraverso la storia della Sala Stampa Vaticana, poco conosciuta ai più, la sua evoluzione storica, il suo sviluppo diacronico, i suoi punti di svolta e infine l'assetto attuale".

"Per il suo atteggiamento conservatore", diceva il cardinale Koenig nel 1965, "la Chiesa non ha saputo sempre valutare sufficientemente l'importanza dell'opinione pubblica. Alcuni giornalisti lamentano che la Chiesa non abbia ancora fatto loro il posto che loro spetta. Sarebbe giusto non pretendere di dirigere l'intera informazione in base all'Ufficio stampa centrale del Concilio e lasciare ad ogni giornalista un largo accesso a tutte le fonti di informazione. Quando un giornalista cattolico ha qualcosa da dire, egli non deve ottenere sempre il permesso del vescovo o una inofmrazione da Roma. Egl ideve mettere in guardia chi crede, deve spronare chi crede. Egli deve informare i mondo sulla Chiesa e la Chiesa sul mondo. Egli può e deve aprire la bocca e le orecchie della Chiesa. Egli non deve lasciarsi chiudere né la bocca né le orecchie".

Se al Concilio vaticano II (1962-1965) erano accreditato 1200 giornalisti da tutto il mondo, "cinquant'anni dopo, il Conclave del 2013 - indetto a seguito delle dimissioni di Benedetto XVI - ha visto 5032 giornalisti acreditati, di cui 4432 a Roma per l'occasione: 65 nazioni e 24 tipologie di lingue diverse", ricorda in introduzione del volume mons. Ivan Maffeis, portavoce della Conferenza episcopale italiana. "A sua volta si è affermato il ruolo dell'opinione pubblica all'interno di un tessuto connettivo che rende tutto comunicazione e nel quale trasparenza e cura delle relazioni diventano condizioni essenziali per impostare ogni strategia comunicativa".

"Anche i Papi comunicano" ripercorre il rapporto tra i pontefici e i mass media e, in particolare, la storia della sala stampa della Santa Sede. "Si può dire che Pio XI e PIO XII sono stati i Papi della radio, Giovanni Paolo II è stato quello della tv, mentre Benedetto XVI e Francesco hanno accompagnato la Chiesa nel mondo della rete", scrive Giacometti. Quanto al Papa Francesco, l'autrice raccoglie l'opinione di due persone che conoscono bene Jorge Mario Bergoglio: la giornalista Stefania Falasca sottolinea il "primato della colloquialità, dell'accessibilità, della chiarezza e della bellezza, attraverso la parola che subito apre, illumina", segno di una CHiesa immersa "nel divenire del mondo" per "essere amica degli uomini del suo tempo". Padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore della Civiltà cattolica, mette in evidenza, da parte sua, la "umiltà" del suo stile comunicativo, che significa "avvicinarsi bene alle persone lì dove si trovano".