Quanto è importante per un Papa poter viaggiare molto

Ho sentito qualcuno affermare che l'attuale viaggio di Papa Francesco in Thailandia e Giappone, sarebbe il cinquantesimo del suo Pontificato. Non so dire se questa affermazione sia vera perché non mi è chiaro come vadano computati gli spostamenti all'interno dell'Italia ma è certo che questo è il suo 32° viaggio internazionale. E questo, fosse anche solo questo il totale dei viaggi, è un numero che fa rabbrividire.

Non dobbiamo dimenticare infatti che stiamo parlando di un uomo che ha 82 anni e che, di fatto, ha iniziato a viaggiare per il mondo quando di anni ne aveva 77, un'età nella quale molti di noi aspirerebbero a godersi il meritato riposo.

Il primo Papa ad utilizzare sistematicamente lo strumento del viaggio internazionale per il proprio pontificato è stato Paolo VI. Da allora, un pontefice che non possa andare a trovare gli uomini - i cattolici in particolare - che si trovano ai confini del mondo, dovrebbe sentire pesantemente mutilate le proprie capacità al punto da riflettere seriamente sulla necessità di dimettersi da Papa.

L'arcivescovo Georg Gänswein, attuale Prefetto della Casa Pontificia e soprattutto storico "segretario" di Papa Benedetto XVI, ha dichiarato più volte che Joseph Ratzinger decise di lasciare il ministero petrino dopo il viaggio a Cuba e nel Messico compiuto nel marzo 2012. Il motivo fu che, una volta rientrato, il medico che lo aveva in cura gli disse che non avrebbe più potuto affrontare per motivi di salute nuovi viaggi oltreoceano: "un altro volo in aereo e sarebbe morto" ha dichiarato Gänswein.

Peccato che un altro volo in aereo, e di quale enorme portata, fosse previsto da tempo e non fosse in alcun modo modificabile: mi riferisco alla XXVIII Giornata mondiale della gioventù, prevista dal 22 al 29 luglio 2013 a Rio de Janeiro e alla quale, infatti, prese parte Papa Francesco, da poco eletto vescovo di Roma dopo le dimissioni di Benedetto avvenute il 28 febbraio precedente.

L'impossibilità di fare viaggi internazionali è, dal punto di vista teologico, un motivo fondatissimo per rinunciare: e la vicenda di Papa Ratzinger è lì a dimostrarlo. La ragione sta nella crescente consapevolezza del vescovo di Roma, non di essere un leader che può delegare a suoi rappresentanti il governo ma un padre che deve stare fisicamente accanto ai propri figli.

Per comprenderlo basta pensare a quanto sarebbe assurdo che rimanesse parroco un prete così malato da non poter andare a visitare a casa loro i propri parrocchiani. Tutti penseremmo che dovrebbe dimettersi e chiedere al vescovo di nominare un altro prete al posto suo.

Perché il vangelo racconta di come Cristo girasse a piedi tutte le periferie del suo paese e di come Maria sua Madre, incinta di Cristo, non esitasse ad attraversare la Terra Promessa per recarsi a trovare la cugina Elisabetta. Perché il vangelo è spostarsi da se stessi, uscire, per andare incontro al prossimo. Proprio Gesù ha chiesto ai suoi discepoli di andare a trovare le persone a casa loro.

Fino a quando la figura del pontefice era in larga parte assimilabile a quella di un Re del passato era normale che egli stesse fermo e i sudditi si recassero da lui, ma da tempo ormai è avviato il processo per cui il Papa è più un pastore che sta vicino al proprio gregge che un Capo di Stato che dirime questioni di governo.

È stata la consapevolezza di non poter viaggiare e non un complotto, il motivo per cui Papa Benedetto si è dimesso. E, se arriverà il momento, sarà questa ragione e non un'altra quella per cui Papa Francesco rinuncerà al suo ruolo di Pontefice.