Quei jeans sono troppo cari: costano 3.800 litri di acqua (di M.P. Terrosi)

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Indumenti (Photo: Yuttadanai Mongkonpun via Getty Images/EyeEm)
Indumenti (Photo: Yuttadanai Mongkonpun via Getty Images/EyeEm)

(di Maria Pia Terrosi)

Quando acquistiamo un paio di jeans in realtà non li paghiamo del tutto. Nello scontrino mancano i circa 33 euro che - secondo un’indagine di Impact Institute - si dovrebbero aggiungere al prezzo per compensare il consumo di risorse e i danni ambientali che si generano lungo l’intera filiera di produzione. Dalla coltivazione del cotone alla tessitura e tintura, dalla sartoria alla distribuzione si consumano complessivamente 3.800 litri d’acqua, 18,3 chilowattora di energia elettrica e si emettono 33,4 chili di CO2 equivalente.

Un conteggio analogo evidentemente può essere fatto per ogni indumento: dalla camicia, al cappotto, ai calzini. Il tessile infatti è un settore fortemente inquinante: agli impatti legati ai consumi di risorse vanno aggiunti quelli riferiti all’uso di sostanze chimiche presenti in molte fasi della filiera. Più di 2.000, secondo varie stime: dai pesticidi nella coltivazione della fibra ai prodotti usati nelle varie fasi di lavorazione. Quando acquistiamo un paio di jeans in realtà non li paghiamo del tutto. Nello scontrino mancano i circa 33 euro che - secondo un’indagine di Impact Institute - si dovrebbero aggiungere al prezzo per compensare il consumo di risorse e i danni ambientali che si generano lungo l’intera filiera di produzione. Dalla coltivazione del cotone alla tessitura e tintura, dalla sartoria alla distribuzione si consumano complessivamente 3.800 litri d’acqua, 18,3 chilowattora di energia elettrica e si emettono 33,4 chili di CO2 equivalente.

Per questo continuano a moltiplicarsi le reazioni alla sfida lanciata dieci anni fa da Detox, la campagna di Greenpeace rivolta ai grandi brand della moda di eliminare l’impiego di sostanze chimiche pericolose dalle loro filiere produttive e a ridurre il consumo di tessile. Alcuni grandi brand della moda - tra gli altri Valentino e Benetton – hanno aderito all’appello di Greenpeace. E ora l’onda lunga della moda a basso impatto ambientale si sta allargando a molte realtà più piccole che rappresentano il cuore dei vari distretti tessili italiani e a nuovi protagonisti.

È di poche settimane fa la decisione di NaturaSì di presentare una nuova linea di capi di abbigliamento - Oso - prodotti utilizzando esclusivamente tessuti ecosostenibili, tra cui il cotone biologico certificato Gots (Global Organic Texil Standard), fibre di bambù e il SeaCell ricavato dalla lavorazione delle alghe brune.

Una scelta che risponde a una doppia esigenza. Da una parte si tratta di tutelare la salute dei lavoratori del settore che in alcune lavorazioni possono essere esposti a rischi. Dall’altra di dare le massime di sicurezza a chi indossa i vestiti. L’Unione Europea del resto già nel 2007 aveva introdotto restrizioni sull’impiego di alcune sostanze. Tra queste cadmio, piombo, mercurio, cromo esavalente utilizzati in alcuni coloranti e pigmenti, che possono risultare tossici se si accumulano nell’organismo. Ad esempio il cromo assicura maggiore flessibilità al pellame, ma può provocare nei soggetti più vulnerabili reazioni allergiche. Così come il nichel può provocare irritazione nei punti in cui viene a contatto con la pelle.

L’Unione europea ha anche bandito la formaldeide, sostanza efficace per fissare le colorazioni ma irritante per le mucose e tra le cause di dermatiti da contatto, così come gli ftalati, presenti soprattutto nei capi decorati con stampe plastificate e sospettati di agire come interferenti endocrini.

Purtroppo il rischio è che nonostante le regole stabilite in Europa il consumatore si trovi ad acquistare un capo contenente queste sostanze in quanto prodotto in Paesi extra Ue dove ne è ancora consentito l’uso. Per evitare questo rischio Tessile e Salute, associazione di Biella che dal 2001 si occupa di eco-tossicologia nei settori tessile e moda, ha messo a punto un sistema di certificazione volontaria che valuta il processo produttivo e conferma l’assenza di sostanze pericolose.

“L’obiettivo di Tessile e Salute è sostenere il manifatturiero italiano, ridurre i fattori di rischio per i lavoratori del settore e garantire il consumatore in merito all’origine, alla tracciabilità e alla sicurezza del capo tessile e della calzatura che indossa”, precisa Marco Piu, direttore dell’associazione. “Una nostra indagine di alcuni anni fa effettuata su articoli tessili e calzaturieri prelevati dai Nas o dalle Asl ha evidenziato la presenza diffusa di sostanze chimiche pericolose. Metalli pesanti sono stati trovati nel 6% dei casi; coloranti allergenici e ammine aromatiche cancerogene nel 4%. Lo stesso per la formaldeide”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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