Quella sala di Messina che aiutò "Nuovo Cinema Paradiso" a diventare un cult

Gabriele Fazio

Trent'anni fa, il 26 marzo 1990, Giuseppe Tornatore ritirava l'Oscar come miglior film straniero per “Nuovo cinema Paradiso”, il suo secondo lungometraggio; un film considerato ormai a ben ragione un cult della storia del cinema italiano. La strada dalla Sicilia a Los Angeles è molto lunga, per “Nuovo Cinema Paradiso” lo fu ancora di più, e sarebbe ingeneroso, senza togliere nulla alla poetica di un capolavoro indiscutibile, non dare parte del merito di questo tortuoso percorso a tale Giovanni Parlagreco.

Prima di arrivare a lui però è bene fare un passo indietro: il film di Tornatore viene presentato in anteprima al Festival Europa Cinema di Bari, è il 29 settembre del 1988. Le critiche al film sono ambigue, tutti però sono concordi sul problema della durata: 173 minuti sono eccessivi. Tant'è che il film viene apprezzato e premiato, forse per la prima ed unica volta nella storia del cinema mondiale, con una bizzarra menzione “per la prima parte”. Qualcosa non va, già si prevede il disastro, così Tornatore torna in sala montaggio e riduce la pellicola a 157 minuti in vista dell'uscita nelle sale italiane in programma a novembre.

Il taglio non basta, i dati in mano al regista e al produttore Franco Cristaldi sono indecenti, scorrono piano piano col dito le città dove il film è stato portato e si accorgono che molti cinema lo hanno già tolto. Una debacle, ovunque, tranne che al cinema Aurora di Messina, proprietà proprio del suddetto Giovanni Parlagreco. Per Parlagreco, un'istituzione della città dello stretto, il cinema non era solo un business, un modo come un altro per portare a casa la pagnotta, ma una vera e propria passione.

Forse perché “Nuovo Cinema Paradiso” racconta una storia siciliana simile a quella vissuta da tanti altri siciliani, forse semplicemente per quel modo di raccontare l'isola con tale schiettezza e romanticismo, ma Parlagreco si innamora di quel film e non regge alla vista di quella sala vuota, non regge al pensiero che i suoi concittadini si stiano perdendo una storia che in fondo parla anche di loro. Allora decide di fare un'altra di quelle cose probabilmente uniche nella storia del cinema: si piazza fuori dall'ingresso del suo Aurora e placca letteralmente i passanti invitandoli a vedere il film “facciamo una cosa – propone – intanto entrate a guardarlo gratis, se vi piace mi pagate alla fine”.

Risultato: Messina se ne innamora. Un trionfo. Ma ancora non basta. Arriva il 1989 e il film viene respinto dal Festival di Berlino, in Italia le critiche sono molto buone ma gli incassi ancora poco soddisfacenti. A quel punto Tornatore decide di tornare di nuovo a mettere mani alla pellicola per ridurla drasticamente di un'altra mezz'ora, eliminando di fatto l'incontro da adulti tra il protagonista Salvatore ed Elena. Il film così scende di durata fino ai 123 minuti e viene preso a Cannes dove vince il Grand Prix Speciale della Giuria. Si torna a quel punto nelle sale, è d'obbligo, dove arriva finalmente il gradimento del pubblico. Una storia che potrebbe anche finire lì e sarebbe comunque straordinaria, ma il meglio deve ancora venire.

Il successo spedisce “Nuovo Cinema Paradiso” tra i candidati italiani agli Oscar, poi tra i finalisti e poi, di fatto, nella storia con la vittoria della statuetta. Prima di lui i registi italiani che sono riusciti a raggiungere lo stesso risultato di cognome facevano De Sica, Fellini, Petri e Bertolucci.

“Nuovo Cinema Paradiso” rappresenta una poesia senza tempo, per questo è ancora un'opera attuale, esattamente come si possono considerare attuali “I promessi sposi” di Manzoni o “La canzone del sole” di Battisti; la bellezza, giammai, non ha tempo. Nessun film prima di questo è riuscito a descrivere in maniera così profonda il sentimento continuamente in bilico, squilibrato, che un siciliano prova per la propria terra. E l'amore per il cinema poi, contemporaneamente, mettendo lo spettatore nella condizione di guardare alla storia con gli occhi incantati del piccolo Salvatore, che resteranno sempre uguali di fronte alla magia della settima arte.