Quel telex dal Vietnam che ha ispirato il ritiro di Biden

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U.S. President Joe Biden returns a salute as he arrives at Fort McNair on his way back to the White House to deliver a statement on Afghanistan, in Washington, U.S., August 16, 2021. REUTERS/Leah Millis (Photo: LEAH MILLIS via REUTERS)
U.S. President Joe Biden returns a salute as he arrives at Fort McNair on his way back to the White House to deliver a statement on Afghanistan, in Washington, U.S., August 16, 2021. REUTERS/Leah Millis (Photo: LEAH MILLIS via REUTERS)

La catastrofica rotta americana da Kabul era stata prevista, nei dettagli, non qualche settimana fa, oramai scontata, ma ben prima, dal 7 ottobre 2001 quando, per cacciare le basi terroristiche di Osama bin Laden e al Qaeda dall’Afghanistan, dopo gli attentati dell’11 settembre a New York e Washington, il presidente Bush figlio, con l’egida delle nazioni alleate Nato, entrò in guerra. Già il 14 novembre, dettaglio dimenticato in queste ore di vaniloqui online da strateghi da bar e militanti mal camuffati da profeti, il Consiglio di Sicurezza Onu approvò la Risoluzione 1378, che sancisce “ruolo centrale per le Nazioni Unite in Afghanistan”, per promuovere la sicurezza e distribuire aiuti, legittimando de facto l’addio ai Talebani. In quei giorni lontani, il generale David Grange, che aveva servito in Vietnam con la gloriosa 101st Airborne Division, ebbe a dire: “I fondamentalisti son capaci di pazienza e sofferenza. E noi?”. Rincarava la dose lo studioso di strategia militare della Georgetown University Gordon Adams: “Per dirla con franchezza, noi americani facciamo abbastanza schifo nelle operazioni antiguerriglia”. Uno studioso di guerra asimmetrica, i conflitti non convenzionali, dalla guerriglia al terrorismo, mi disse presago: “Abbiamo un esercito in grado di martellare con precisione tutto ciò che sta fermo, ma non siamo in grado di colpire con efficacia quel che si sposta”, o, nelle parole dell’acuto saggista Benjamin Barber: “Siamo campioni nella boxe categoria pesi massimi, dobbiamo imparare il judo”.

Vi spiegano adesso che la sconfitta è stata improvvisa, vi spiegano che l’intelligence, lo spionaggio, hanno fallito qui o lì nelle previsioni, accusano la viltà americana, il declino dell’Occidente, non proprio una novità se già nel 1918, oltre un secolo fa, il filosofo tedesco Oswald Spengler titolava un suo tomo “Der Untergang des Abendlandes“, vale a dire “Il tramonto dell’Occidente“. Voi non abboccate, rileggete il generale Grange, gli americani hanno perso la guerra perché non hanno avuto pazienza e capacità di soffrire quanto i Talebani. Il resto son chiacchiere da web, gente che non ha letto né Sun Tzu, né Machiavelli e neppure Clausewitz e quindi se vi parlano di guerra e non di pandemia, come fino a ieri l’altro, glissate con garbo.

Tom Nichols, a lungo docente all’Accademia della Marina Militare USA ad Annapolis, ha scritto con chiarezza sulla rivista The Atlantic che la ritirata ordinata dal presidente Joe Biden è solo, in democrazia, riflesso dell’opinione pubblica che, al 70% non voleva più fare la guerra in Afghanistan. A far liberare da una cella in Pakistan uno dei massimi leader dei Talebani oggi, il Mullah Abdul Ghani Baradar, è stato il presidente repubblicano Donald Trump, che lo ha autorizzato come capo delegazione ai negoziati di “pace” di Doha, Qatar, che era certo di vincere, da autore del best seller “The art of deal”, e che ha invece perduto, con i clan afghani a gabbarlo Baradar è secondo solo all’enigmatico Mullah Mawlawi Hibatullah Akhundzada, considerato l’erede del fondatore Mullah Omar, e si accinge a governare il paese, mentre il clan Haqqani, ritenuto estremista perfino tra i Talebani, e il figlio del Mullah Omar si occupano di sicurezza, difesa, terrorismo. Repubblicani e democratici sono, negli Usa, divisi su tutto, tranne che la stanchezza per la guerra, come la Teresa Batista del romanzo romantico di Jorge Amado. Dice bene Nichols, “Non eravamo noi in guerra contro i Talebani, erano i militari, noi non c’entravamo”. Una giovane americana, nata intorno all’11 settembre, annota pensosa “Mi rendo conto solo adesso che ho passato la vita intera con il mio paese in guerra: ma non ce ne accorgevamo, non colpiva la nostra esistenza”. La fine della leva obbligatoria, voluta dal presidente repubblicano Richard Nixon nel 1973 per smussare le proteste contro la guerra in Vietnam, ha creato un esercito professionale, classe di guerrieri con un suo ethos e una sua morale, che combatte le guerre senza che l’opinione pubblica generale ne sia toccata. Questa delega delle sofferenze a una categoria particolare, 2448 morti militari, con 20.066 feriti (le perdite italiane 53 caduti e oltre 700 feriti) ha fatto sì che il paese dimenticasse l’Afghanistan, come lo abbiamo dimenticato in Europa. Oggi tv, giornali, social media riparlano di Kabul, ma da quanti anni non lo facevano annoiati? Presto, vedrete, torneranno gossip, calcio, Sanremo.

Ci sono dunque vari errori da evitare in queste ore tragiche che ci aspettano. Vediamoli insieme.

1) La storia non ha mai un esito unico. Questo lo pensano gli strateghi da talk show, certi che da A derivi B e quindi C in modo apodittico. Non è così. Dire “l’intelligence USA non ha previsto il crollo del governo afghano” è dire una ovvietà, meglio ragionare con raziocinio. Gli americani erano persuasi di poter tenere duro fino a primavera, dopo l’inverno che ferma la guerra sulle innevate giogaie afghane dai tempi di Alessandro Magno, la Regina Vittoria, il comunista russo Breznev. E molti leader talebani erano dello stesso parere prudente. Se il presidente Ghani, i generali, anche solo qualcuno di loro, qualche ministro, avessero puntato i piedi, l’esempio si sarebbe diffuso. Altre fonti di intelligence davano fino a 90 giorni di attesa, pochi ma avrebbero dato tempo per evacuare i profughi senza tragedie in diretta. Ghani è invece scappato per primo e il governo con lui, aprendo la rotta. Leggete, per parlare con cognizione di causa, il diario online del Governatore della Banca Centrale Afghana Ajmal Ahmady. Come un ufficiale italiano lealista dell’8 settembre 1943, Ahmady si aspetta che tutti continuino, come lui, a fare il proprio dovere, lavorare, muoversi con responsabilità ma scopre, anche per il gossip di ufficio e famiglia, che son già tutti scappati lasciando da solo la carica a capo della valuta e della finanza del paese.

2) Poteva dunque andare in modo diverso, tanti modi diversi, anche peggiori. Tom Polgar, l’ultimo capo dell’ufficio CIA a Saigon, Vietnam, prima della caduta del paese, spiegava che il Sud Vietnam avrebbe potuto resistere a lungo al Nord, dopo gli accordi di pace del 1973, ma quando il Congresso USA, sconvolto dal golpe in Cile e dalle trame delle spie, taglia i finanziamenti alle truppe, generali e soldati sudvietnamiti si demoralizzano, il fronte cede in pochi mesi. Riascoltate l’ultimo cablogramma che Polgar, ungherese profugo negli USA, manda a Washington dal Vietnam, alba del primo maggio 1975, prima di distruggere con le sue mani radio, telegrafo, codici cifrati: “Questo sarà il dispaccio finale dalla Stazione di Saigon CIA. È stata una lunga battaglia e l’abbiamo perduta…chi non impara dalla storia è costretto a ripeterla. Speriamo insieme di non conoscere una nuova esperienza alla Vietnam, e di avere infine imparato la nostra lezione. Da Saigon, passo e chiudo”. Impressiona rileggere questo affannoso telex: intorno Saigon brucia, l’ambasciatore Martin è fuggito con la bandiera sottobraccio, i vietnamiti derelitti abbandonati a se stessi, le “grandi firme” europee cantano vittoria, salvo poi piangere lacrime di coccodrillo presto e imbarcarsi in altre bugie di successo (Google e le emeroteche conservano quei reportage vanesi, che rileggo, custodendoli con gli analoghi servizi e commenti in un file), i carri armati di Hanoi sfilano nei parchi coloniali francesi. Polgar intuisce che si sarebbe potuto salvare il salvabile, ma Washington non ha “imparato la lezione”.

3) Il discorso del presidente americano Joe Biden, nel pomeriggio di lunedì 16 agosto, è seguito logico al telex di Polgar. In Afghanistan dal 2001 e in Iraq dal 2003, gli USA hanno sperato di poter governare l’esistente, plasmare popoli e istituzioni e paesi come con italiani, tedeschi e giapponesi nel dopoguerra. Chi dice, in cerca di consensi effimeri, che “la democrazia non si esporta con la guerra” incassa like volenterosi sui social ma, in buona o cattiva fede, disattende ogni verità del XIX e del XX secolo. La guerra è sempre un male tragico, ma a volte ha conseguenze nefaste, altre volte positive, negarlo è vacuo. Biden, rischiando il mandato presidenziale intero, ha deciso di imparare la lezione di Polgar e si è ritirato. Questo il punto.

4) La vera accusa da fare al presidente Biden è di non avere organizzato per tempo l’esodo dei collaboratori afghani e delle loro famiglie. La destra americana, guidata da Trump, stavolta all’unisono con la sinistra radicale, vedi il saggio amareggiato di George Packer sul settimanale progressista The Atlantic, accusa il presidente di immoralità, concludendo che la vergogna peserà su di lui per sempre. Biden è machiavellico, preferisce stare dalla parte del 70% degli americani, pagare il prezzo etico degli sfortunati che restano indietro, ma chiudere una tragedia senza fine.

5) Le responsabilità maggiori di questa sconfitta storica cadono sul presidente George W. Bush. Non per l’attacco battezzato “Enduring Freedom” a Kabul, con i britannici in campo e Canada, Australia, Germania e Francia a promettere aiuti dopo, obbligato dopo il rifiuto del Mullah Omar di consegnare bin Laden, cui aveva dato copertura e aiuti. Ma per il modo dissennato, crudele e torvo con cui il vicepresidente Dick Cheney e il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, prima di ripetere la débâcle a Baghdad, organizzarono il peace keeping. Le detenzioni arbitrarie, i contractors, i partner commerciali, a dettare legge in modo fazioso, la corruzione rampante, le sevizie alla base aerea di Bagram, l’idea che il controllo dei cieli con l’aviazione bastasse a piegare i Talebani, nessuna cura per l’opinione pubblica, le scuole, gli ospedali, i diritti. Non era “esportare la democrazia”, era esportare colonialismo militarista postmoderno come Rumsfeld, a suo modo ammette, nel meraviglioso documentario intervista di Erroll Morris “The unknown known”.

6) Obama, eletto nel 2008 scopre che il conflitto in Iraq, dove gli ex militari di Saddam Hussein, liquidati senza ragione dal luogotenente di Bush Paul Bremer, hanno innescato terrorismo e i semi di Isis, ha fatto tralasciare l’Afghanistan. Son tornati i Talebani, seminando attentati e rilanciando la produzione di droghe sul mercato. Cambia allora il comandante, mandando al fronte il generale intellettuale Stanley McChrystal, in forma fisica perfetta, coltissimo, studi ad Harvard University, insomma un Barack Obama in divisa, i due van d’accordo alla perfezione. In un rapporto, poi spifferato alla stampa, McChrystal ammonisce Obama nel settembre 2009 “la guerra in Afghanistan sarà perduta in un anno, se non mandiamo più truppe in campo”. Obama reagisce con una classica scelta amletica alla Obama, comanda il “surge”, l’impennata di truppe, più 30.000 soldati. Ma, al tempo stesso, promette che i reparti cominceranno a ritirarsi dal 2011, passo doppio tipico della sua cautela. McChrystal ha letto il saggio “Three cups of tea” dello svedese Greg Mortenson, che ha lavorato in Afghanistan allestendo scuole per le ragazze, con la proposta di “bere il tè con i capi tribù” per imparare usi e costumi locali. Il nuovo mantra di Obama-McChrystal ai fanti è “levatevi gli occhiali da sole a specchio e bevete il tè con i cittadini”. Era un ordine espresso, i “grunts”, i marmittoni, imprecano ma obbediscono e, senza Ray Ban ingollano tazze dopo tazze dell’amata bevanda afghana . Non funziona. Aumentano solo i morti americani e, depresso, Obama impugna la più obamiana delle armi, i droni, che manovrati da remoto colpiscono i Talebani, ad oggi con oltre 13.000 raid. Non basta il surge, non bastano le tazze di tè, non bastano i droni e il ritiro auspicato, quando Obama lascia la Casa Bianca nel gennaio 2017 la pace è un pezzo di carta.

7) Il presidente repubblicano Donald Trump entra in scena senza esperienza militare, mettendo al governo molti generali e ignorando i consigli. Si fida della sua diplomazia personale, in Corea del Nord, come in Afghanistan. Ha accusato da anni i Bush di sprecare soldi e vite umane nelle guerre all’estero, vuole ritirarsi e fa liberare, senza pensarci due volte, i capi Talebani dalle celle pakistane, mandandoli in pompa magna ai negoziati di Doha, Qatar, coinvolge Russia e Cina, fidandosi della vecchia volpe Zalmay Khalilzad, esperto per tutte le stagioni di Afghanistan https://www.nbcnews.com/news/world/u-s-envoy-touted-peace-afghanistan-18-months-later-peace-n1276811 . Non raccoglie nulla, se non diffondere paura tra i lealisti di Kabul e il governo del presidente Ghani, eccitando Pakistan e altri paesi dell’Asia Centrale al vuoto di potere imminente. Promettere per il maggio di quest’anno una ritirata senza nulla in cambio è disastro di egocentrismo e ignoranza, che fa il paio con il disastro di buone intenzioni e cultura Ivy League di Obama-McCrystal.

8) Biden giura al Campidoglio ancora devastato dall’assalto dei trumpiani, il 20 gennaio 2021. Son passati venti anni e nessuno ha imparato nella scintillante Washington la lezione di Polgar. Il presidente dice basta e si ritira, pur senza un piano di soccorsi umanitari validi, sua colpa precipua. Improvvisamente, dopo venti anni di distrazione, il mondo riscopre il fronte a Kabul. Gli europei lanciano un grottesco comunicato minacciando i Talebani di “isolamento” se faranno i Talebani, come se non vivessero di isolamento, ma sognassero di partecipare alla Champions League e la serata degli Oscar. Il commissario europeo Paolo Gentiloni brilla, isolato, per il riconoscimento maturo della sconfitta e la consapevolezza che l’Europa deve crescere. Ma se prevale la fuffa “La difesa non serve a pace democrazie” a che pro investire in un esercito comune europeo, miraggio che Winston Churchill evocava inascoltato 70 anni fa? La Cina si appresta a prendere posizione, ma ha i suoi guai. In casa opprime la minoranza musulmana degli uiguri, i Talebani sono geopolitici e sono pronti ad accordi di potere, ma sono anche fondamentalisti e vedere i confratelli in catene non piace loro: per il presidente Xi Jinping problema spinoso. Il Pakistan ha, da sempre, un cordone ombelicale con i Talebani, ma ne teme ora l’aggressività, lo spionaggio ISI di Islamabad coltiva relazioni fraterne con le milizie e si è già mobilitato, vedremo che pozione da streghe distillerà. La Russia trama, Putin gongola per la sconfitta di Biden, ma i Talebani non se ne fidano, memori dell’Armata Rossa a Kabul. Con Mosca non è amore ma affari, coperture militari, scambi, nell’ombra perfino del mercato di oppiacei. L’India ha paura dell’insorgenza islamica in Kashmir, ha un’ancestrale guerra di attrito in corso con il Pakistan, sa che il disordine a Kabul rilancia fantasmi, il terrorismo fondamentalista per primo, e alza la guardia.


In conclusione, provvisoria: la ritirata caotica di Biden dall’Afghanistan è evento storico del XXI secolo, e leggerlo alla luce del XX stucca. La sconfitta a Saigon fu tattica per gli americani, dati per spacciati dalla stampa chic di allora, videro il Muro di Berlino cadere nel 1989 e l’URSS dissolversi nel 1991, vincendo la Guerra Fredda. Con quel conflitto però, cadde anche l’idea di Washington come Caput Mundi, a sinistra come paladino dei diritti, a destra come poliziotto del mondo. Biden, al contrario di milioni di suoi connazionali, democratici e repubblicani, sa che il mondo è multipolare, che la Cina è il rivale, la Russia il vassallo di Pechino pronto a vendersi, gli europei riottosi alleati da convincere, come la NATO, a ogni passo. Per questo accetta la vergogna della ritirata e lascia Kabul, da 20 anni una trappola. Spenti i cori petulanti online, toccherà a Pechino, Mosca e Bruxelles decidere come contrastare l’insorgenza islamica fondamentalista. L’America lo farà ma da trincea meno esposta, la bandiera Old Glory lascia Kabul e una linea di fuoco troppo a rischio. Per imparare l’amara lezione di Polgar nell’ultimo dispaccio di Saigon c’è voluto mezzo secolo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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