Quella strana voglia di staffetta che ora prende anche Israele

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AGI – Ma quanto somiglierà, Israele, all'Italia? Elezioni anticipate, risse parlamentari, capi di stato eletti all'ultimo momento e ora, persino, la staffetta. Staffetta: termine che a volerlo tradurre in inglese ci vorrebbe uno come Benjamin Netanyahu, che notoriamente è perfettamente bilingue. Ma non pensiamo ne abbia tanta voglia, in queste ore, perché la staffetta è l'asse portante di un patto - si vedrà quanto forte -  per allontanarlo dal governo dopo quasi 13 anni. Impossibile dargli torto.

Allora lo aiutiamo noi, politologi improvvisati e di provincia: staffetta, in inglese, si traduce con “passing-the-baton”. È orribile, vero, ma sempre meglio della versione di Google translator: ad esplicita richiesta risponde con un improponibile “rely race” che proprio non ci azzecca. La nostra formula è senz'altro migliore anche perché è già stata sperimentata.

Ecco perché la ribadiamo, ora che centinaia di giornalisti ed analisti e politologi delle migliori think tank americane, europee e mediorientali dovranno arrabattarsi a trovare la parola giusta per spiegare un concetto che nella cultura anglosassone imperante e globalizzante proprio non esiste. Quello dell'equa spartizione temporale del potere. Prima io e poi tu, prima tu e poi io: basta andare d'accordo e fare a metà. Come promettono di fare in Israele Lapid e Bennett. Se va bene o va a schifio ce lo dirà il futuro.

Intanto però Israele somiglia un po' di più a noi, dall'altra sera: noi che la staffetta l'abbiamo inventata, salomonicamente, cinquant'anni fa per applicarla nell'arco dei decenni successivi. E i politologi giornalisti eccetera di cui sopra si dovettero scervellare per far capire il concetto ai lettori di riferimento. Fu così che Newsweek trovò la formula “passing-the-baton”, “scambiarsi il testimone” come in una corsa. Una politica immaginifica può essere spiegata solo immaginando immagini altrettanto immaginifiche.

Ma qua corriamo, per l'appunto, troppo, perché la staffetta invenzione della politica non è, ma dello sport. Non però, come si potrebbe immaginare, dell'atletica, ma dello sport che più italiota non si può. Inutile dire quale, a questo punto. E aggiungere che tutto iniziò tra un europeo ed un mondiale, con un Paese diviso tra Mazzola e Rivera come lo era stato tra Bartali e Coppi e lo sarebbe stato tra Moser e Saronni.

La scelta di Ferruccio

I due, nell'Italia che arrivava in Messico nel '70 da campionessa europea, erano altrettanti galli in un pollaio perché giocavano nello stesso ruolo. Oh, mica di brocchi si trattava, ma del meglio del meglio. Chi vai a scegliere, a questo punto, tra il milanista e l'interista? Due club, due tifoserie, due partiti. Si dice che a trovare la soluzione fu il Ct Ferruccio Valcareggi, uno abituato a stemperare gli antagonismi alla scuola delle partite sulla sabbia di Lido di Camaiore.

Si dice anche che invece fu il capo spedizione della Nazionale, Walter Mandelli. Da ultimo c'è chi sostiene che fu semmai opera di Montezuma, e la tesi è affascinante quanto possibile.

Montezuma si accanì contro Mazzola, una notte nel ritiro, riducendolo al lumicino come solo la sua vendetta è capace di fare. L'indomani c'erano i quarti di finale con i padroni di casa. Il poveretto comunica al commissario tecnico che non sarebbe durato più di un tempo. Ecco che l'Imperatore, cercando di danneggiarli, aveva indicato ai conquistadores la strada di Ciudad e della finale: un tempo a testa, e questione risolta.

Era nata la staffetta. Messico eliminato. Con Mazzola acciaccato, il primo tempo finì 1-1; con Rivera pimpante, il secondo 4-1. Insomma, portò bene e cambio che vince non si cambia.

Fu così per le semifinali (l'immortale Italia-Germania 4-3). Ma poi la hubris si impossessò di Valcareggi, che si dimenticò dell'indicazione ricevuta dall'Alto e riservò a Rivera solo gli ultimi sei minuti della finale con il Brasile. E la vendetta di Montezuma si abbattè su tutta la squadra, seppur in modo figurato. Invece di fare quattro gol, quella volta, beccammo quattro pappine da Pelè e i suoi fratelli. Ancora ce le ricordiamo.

Insomma, se viene teorizzata e subito dopo ignorata la staffetta si rivela un'arma a doppio taglio. Ma anche se uno si fida troppo dei compagni di cordata, quelli che il testimone dovrebbero passartelo per lanciarti nella corsa. E invece nicchiano, o addirittura fingono di non vederti per farsi, loro, un altro giro di stadio.

La staffetta? Non mi risulta

Nel 1983 infatti la staffetta viene consacrata come nuovo cemento della coalizione pentapartitica in Italia. Due anni dopo Spadolini, un altro laico ottiene Palazzo Chigi: Bettino Craxi. Previo accordo con De Mita che, su suggerimento di Riccardo Misasi (a sua volta una delle menti più sottili dell'epoca) propone al Socialista il classico: un po' a te, ma poi anche a me. Sì, dice quello, che per fargli sentire meglio la solennità del giuramento è stato portato in un convento sull'Appia Antica, sì. Sarà fatto: intanto inizio io.

De Mita, o comunque la Dc, attese invano alla metà della legislatura che ci si ricordasse dell'impegno. Impegno? Quale impegno? Mai sottoscritto un tubo, prese a dire Craxi, che in sovrammercato citò pure il vaticinio di una maga serba incontrata in un ristorante di Belgrado, e di un santone indiano amico di suo fratello. L'incontro al monastero risale al 1983, intanto si era fatto il 1986. Craxi andò in Tv a farsi intervistare e liquidare la faccenda una volta per tutte.

De Mita arrivò sì a Palazzo Chigi, ma solo diciotto mesi e due governi più tardi. Craxi intanto gli intimava di portargli la colazione a letto tutti i giorni, se voleva tenere in vita il suo governo.

Dice: non è che sia andata benissimo. Vero, come è vero che anche le rievocazioni successive dell'idea non sono state poi così fruttuose. Infatti in Germania la Merkel, quando ha dovuto stringere le sue grandi coalizioni con i socialdemocratici, si è guardata bene dal mettere in discussione il fatto che alla cancelleria ci sarebbe stata una sola persona per tutta la legislatura: lei.

Di staffetta, in Italia, si parlò en passant ai tempi del primo governo Prodi. Si disse: “Il Professore è bravo, ma non ha un suo partito dietro, mentre il peso della coalizione lo regge il Pds” (che stava diventando Ds, ma questa è un'altra storia). Si lasci allora posto al leader della sinistra, che si chiama Massimo D'Alema.

Il diretto interessato smentì ogni interesse, rimbrottando di suo solito i giornalisti fantasiosi, con il risultato che nell'ottobre del 1998 riceveva l'incarico per la formazione del nuovo esecutivo. Prodi veniva mandato a correre in Europa.

Ma quel che fa accapponare la pelle è la staffetta teorizzata ai tempi di Enrico Letta e Matteo Renzi. Era il febbraio 2014, qualcuno suggerì l'ipotesi. Renzi rispose con un tweet che più o meno ricalcava le smentite di D'Alema della volta precedente. Cinque giorni dopo Letta si dimetteva. Serenamente. Oddio, non proprio.

A guardar certi precedenti Lapid e Bennett non dovrebbero sentirsi molto rassicurati, tanto più che una manovra simile alla loro venne tentata nel lontano 1990 e fallì per il voltafaccia di un paio di deputati della Knesset. Anche questa una storia di gusto molto italiano. Ma c'è una differenza, e cioè che questa volta la manovra sembra essere tenuta insieme da un collante ben più forte di un semplice patto di legislatura.

È il desiderio, comune a tutte le otto componenti della maggioranza di governo israeliana, di liberarsi di Netanyahu.

E allora, cari analisti giornalisti e politologi delle think tank, come si dice in inglese “conventio ad excludendum”? Perché è cosa molto italiana anche questa, ma per tradurla in inglese bisogna prima conoscere il latinorum.

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