Quello che l'Occidente poteva fare (e non ha fatto) per Hong Kong

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(Photo: NurPhoto via Getty Images)
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Fino a ieri considerata una delle città più sicure del Mondo, Hong Kong adesso si trova a dover affrontare una minaccia nuova, dopo l’agguato a un poliziotto accoltellato alle spalle da un “attentatore solitario”, il primo luglio. L’autore dell’attacco - che le autorità dell’ex colonia hanno definito “terrorismo interno” - si è poi tolto la vita la sera stessa, con il coltello utilizzato poco prima contro l’ufficiale di polizia, in una strada trafficata, a poca distanza dal luogo dell’agguato mortale. Le autorità non hanno ancora chiarito se si è trattato del gesto solitario di uno squilibrato, oppure se l’omicidio sia legato allo stato di forte tensione sociale latente nella città, conseguenza diretta del malcontento nei confronti del governo centrale cinese, sfociato nelle oceaniche proteste dell’estate 2019 e poi represso inflessibilmente da Pechino con l’imposizione della legge liberticida della “Sicurezza Nazionale”. Ora le autorità si chiedono: “Hong Kong è diventata una polveriera pronta ad esplodere”?

Poco dopo aver visitato l’ufficiale ferito in ospedale, il neonominato segretario alla sicurezza, Chris Tang Ping-keung, ha detto che oltre all’aggressore, dovrebbero sentirsi responsabili coloro i quali “solitamente sostengono la violenza, incitano all’odio contro il governo cinese e sostengono i terroristi a Hong Kong”. Tang ha anche affermato che l’aggressore è stato radicalizzato dall’incitamento all’odio, e che anche quelli che lo hanno “incitato” hanno “sangue sulle mani”. L’allusione del nuovo segretario alla sicurezza è troppo chiara per non essere intesa subito: Tang chiama in causa l’Occidente – gli Usa in particolare – che Pechino ha da tempo accusato di sostenere quelli che &ndas...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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