La serie Zero vista con gli occhi di un gruppo di adolescenti (di N.Moncalero)

Nicoletta Moncalero
·Giornalista e mamma
·2 minuto per la lettura
Zero (Photo: Ansa)
Zero (Photo: Ansa)

“Mamma, io questa serie la spammo″. Mi ha detto così mio figlio quando gli ho fatto vedere le prime puntate di Zero. Per me una cosa più unica che rara, conquistare lui e il suo gruppo d’amici (dovrei dire i suoi bro?) in un colpo solo.

Guardare le serie tv insieme è diventato sempre più difficile: come minimo le affronta tenendo in mano il cellulare. Poi alla prima scena di effusioni un po’ più spinte, saluti e baci. “Vabbè mamma, ma cosa stiamo guardando? Dai su”. Anche questo non è successo con Zero. Baci veloci, le scene imbarazzanti (perché viste con mamma) sono praticamente inesistenti.

Luca ha 12 anni e da poco va per la città da solo, solo in precise zone, e non fino alla Barona, dove è girata la serie. Ma ovviamente riconosce piazza Gae Aulenti, corso Como e i Navigli. “Bella questa cosa che è ambientata a Milano. La vedranno in tutto il mondo?”. Essere al centro del mondo comincia ad sembrargli interessante come idea.

Gli è piaciuto il ritmo della serie. “Devo mettermi delle canzoni nuove su Spotify”: le ha ascoltate una volta e già se le ricorda. Io ho riconosciuto una canzone perché era a Sanremo. A lui, e agli altri è piaciuta soprattutto quella che Mahmood ha scritto apposta per la serie tv.

L’entusiasmo è scattato già alla prima puntata sulla teoria dei vetri rotti: “Mi piace questa cosa che c’è una teoria dietro a quello che succede”. Già: il bisogno di dare un senso a quello che accade.

Volevo vedere che effetto faceva ai ragazzi la nuova serie di Netflix, tratta dal romanzo di Antonio Dikele Distefano. Nei giorni scorsi ne aveva parlato anche il New York Times. Così ne ho messi insieme un po’. Mascherine e distanziamento garantito.

Alice, 14 anni, vive in quartiere centrale di Milano ma con alto tasso di immigr...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.