Questione di Karma? Draghi premier dovrà gestire problemi che in parte ha creato

di Giuseppe Fonte e Gavin Jones
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Il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi

di Giuseppe Fonte e Gavin Jones

ROMA (Reuters) - Se Mario Draghi riuscirà a formare un nuovo governo, si troverà a gestire da Palazzo Chigi problemi che, nelle sue diverse incarnazioni al vertice delle istituzioni italiane ed europee, ha contribuito a far nascere.

L'ex presidente della Banca Centrale Europea (Bce) è visto dai media italiani come un salvatore della patria, capace di coagulare attorno a sé partiti diversissimi per orientamento politico e ricette di politica economica. E tuttavia, la vicenda personale di Draghi ricca di luci ma anche di ombre, solleva più di un interrogativo.

La priorità del suo governo sarà aumentare la crescita della malridotta economia italiana. Ma dovrà anche decidere se dare o meno continuità ad alcuni importanti dossier finanziari ereditati da chi lo ha preceduto, a partire dalla privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena (Mps).

Su molti fronti, Draghi presidente del consiglio dovrà fare i conti con ciò che Draghi fece da direttore generale del Tesoro prima, governatore di Bankitalia e presidente della Banca centrale europea poi.

Con oltre 200 miliardi di euro da spendere del Recovery Fund europeo, nessuno si aspetta che Draghi possa riproporre le ricette di austerity per cui si spese all'inizio del suo mandato alla Bce.

Ma come affronterà i negoziati per riscrivere le regole di bilancio europee? E andrà avanti con il tentativo di riportare in mano pubblica la società Autostrade per l'Italia (Aspi), di cui lui stesso gestì la privatizzazione a fine anni Novanta?

Un meme popolare sui social media riassume bene l'ambivalenza di Draghi in materia di politica economica.

Scimmiottando una commedia di inizio anni Ottanta, Draghi è ritratto con una mano alzata e una didascalia che dice "questa mano può essere Friedman o può essere Keynes".

Milton Friedman e John Maynard Keynes, gli economisti spesso citati a sproposito per esemplificare due opposte linee di pensiero: liberismo economico e intervento pubblico in chiave anti-ciclica.

"Draghi è soprattutto un uomo pragmatico", dice Mauro Gallegati, professore di economia all'Università delle Marche. "Prima era pro austerity, forze di mercato e privatizzazioni, ora è in una fase di transizione da Friedman a Keynes".

LA LETTERA DELLA BCE

Anche prima che il coronavirus facesse precipitare l'Italia nella più grave recessione dal dopoguerra, il paese mostrava tassi di crescita anemici da più di due decenni.

Le ragioni sono molteplici: una forza lavoro in calo e in progressivo invecchiamento, scarsi investimenti pubblici e una burocrazia lenta e inefficiente. Antiche tare che i passati governi italiani non hanno saputo affrontare, nonostante ripetuti tentativi di riforma.

Eppure, un numero crescente di economisti sostiene che anche la pressione a ridurre deficit e debito, sostenuta da Draghi e dalle principali istituzioni europee durante la crisi dei debiti sovrani, abbiano aggravato i problemi dell'Italia, penalizzandone il potenziale di crescita.

Come presidente designato della Bce, Draghi nell'estate del 2011 fu co-firmatario di una lettera all'allora governo italiano che chiedeva tagli alla spesa e una riduzione più marcata del deficit.

Quell'anno e per i successivi quattro, il Fondo monetario internazionale (Fmi) stimava a +0,7% la dinamica del Pil potenziale italiano, che misura il tasso al quale l'economia può crescere senza generare inflazione.

Due anni dopo, dopo la cura da cavallo del decreto 'Salva Italia' con il governo Monti, il Fondo pronosticava un Pil potenziale a -0,3% nel 2013, con una crescita inferiore a 0,5% nei successivi quattro anni.

Nel 2012 Draghi fu tra i promotori del Fiscal Compact, il trattato europeo che prevede un più accelerato percorso di risanamento per paesi ad alto debito come l'Italia.

Nonostante una politica di bilancio nel complesso prudente, il debito pubblico italiano ha continuato a crescere in rapporto al Pil, raggiungendo quota 132% nel 2014 dal 116% del 2011.

"Penso che tutti si siano resi conto che quel che è stato fatto ai paesi del Sud Europa sia stato un errore. Nessuno parlava più di austerità anche prima del coronavirus", dice Roberto Perotti, professore di economia all'Università Bocconi di Milano.

SALVARE IL MONTE DEI PASCHI

Come governatore della Banca d'Italia, Draghi nel 2008 autorizzò Mps ad acquisire Antonveneta. L'operazione contribuì al tracollo finanziario della più antica banca al mondo.

Draghi era anche responsabile della vigilanza su Mps mentre la banca stipulava complessi contratti derivati che ne hanno minato i conti e portato a processi con condanne penali.

E guidava la Bce nel 2017, quando Francoforte certificò che Mps era solvibile, condizione essenziale perché la Commissione europea potesse autorizzare il salvataggio della banca, costato ai contribuenti italiani 5,4 miliardi.

Mercoledì la banca ha pubblicato i risultati del 2020, mostrando una perdita annuale in crescita a 1,7 miliardi di euro.

Il ministero dell'Economia possiede oggi il 64% di Mps e sta cercando di trovare un compratore che aiuti Mps a risolvere una volta per tutte i suoi problemi. E Draghi, se sarà premier, sarà chiamato a dire la sua.

DA PRIVATIZZATORE A NAZIONALIZZATORE?

Da direttore generale del Tesoro, Draghi ebbe un ruolo cruciale nelle privatizzazioni degli anni Novanta, compresa quella di Autostrade, che passò sotto il controllo della famiglia Benetton.

Dal crollo del Ponte Morandi di Genova, gestito da Autostrade e costato la vita a 43 persone nel 2018, il Movimento 5 stelle ha spinto perché Autostrade tornasse sotto controllo pubblico e molti suoi esponenti chiedono a Draghi di mantenere questo orientamento.

I magistrati inquirenti che indagano sul disastro stanno battendo su presunte insufficienze nella manutenzione dell'infrastruttura nonostante i profitti assicurati ai Benetton dal regime tariffario di Autostrade, definito ai tempi della privatizzazione e ritenuto da molti troppo generoso.

Autostrade e la controllante Atlantia negano invece ogni responsabilità nel disastro di Genova.

"Possiamo dire che la privatizzazione non fu un'operazione conveniente per il bilancio pubblico. I profitti di Autostrade sono stati molto superiori agli interessi risparmiati sulla quota di debito pubblico che la vendita consentì di ripagare", dice Massimo D'Antoni, professore di economia a Siena.

"Si voleva rendere attraente l'operazione per gli acquirenti in modo da fare cassa, ma in questo modo la privatizzazione è stata un affare solo per chi ha comprato, a spese degli utenti e dei contribuenti".