Quote rosa: l'Italia indietro, ma anche le francesi non ridono

L'Italia non ama le donne. Tutte le indagini e le statistiche che analizzano la condizione femminile nel nostro paese ne evidenziano l'arretratezza. Non si tratta soltanto di rispetto, il "gentil sesso", lo dimostrano tutti i dati, è una risorsa in termini di produttività e di affidabilità. Le strutture di comando che includono le donne funzionano meglio e soffrono in grado minore di fenomeni legati alla corruzione. Eppure se i limiti culturali che portano gli uomini ad essere preferiti in politica (anche dall'elettorato femminile, evidentemente inconsapevole dell'esistenza e dell'importanza di una "questione di genere") sono molto difficili da superare non dovrebbe essere difficile adottare meccanismi di correzione automatica.

In Italia le "quote rosa" non funzionano, viceversa non ci troveremmo al 57° posto nel mondo come presenza delle donne in parlamento. Mentre nei paesi scandinavi le parlamentari hanno raggiunto la sostanziale parità con percentuali fra il 42% e il 45% l'Italia può offrire un misero 21,6% di donne elette alla Camera e un 18,6% al Senato. Proprio in Svezia, stato simbolo di parità fra i sessi, è interessante sapere che il meccanismo delle quote rosa nelle candidature è stato adottato su base volontaria dai partiti, senza bisogno di una legge.

Il dibattito lì è talmente avanzato da essere impostato in termini opposti: abolire i tetti che in ambito accademico limitano l'accesso per le donne al 50% rispetto ai colleghi maschi in alcune facoltà come quelle di medicina e psicologia.

Quando inizieremo a non avere più bisogno delle quote rosa? Per noi appare decisamente troppo presto e le resistenze culturali impongono provvedimenti stringenti sul tema. In questa direzione potrebbe andare un disegno di legge presentato dall'allora ministro per le pari opportunità Prestigiacomo che prevede la possibilità di introdurre la "doppia preferenza di genere" (almeno per le elezioni locali che consentono l'espressione di una preferenza), ma la proposta giace nei cassetti del Senato e lì rischia di rimanere ancora a lungo.

I numeri delle parlamentari contano poi fino ad un certo punto, la questione centrale è un'altra: quali posti di potere vengono concessi alle donne? La vittoria di François Hollande, primo socialista dai tempi di Mitterrand all'Eliseo, ha portato alla formazione del governo Ayrault e fra i 18 ministri più rilevanti la parità è assoluta: 9 uomini e 9 donne.

Tutto bene? All'apparenza sì, ma scendendo nel dettaglio è impossibile non notare come i ministeri "chiave" (Esteri, Economia e Interno) siano puntualmente finiti a politici di sesso maschile con le donne che devono accontentarsi del ministro della Giustizia, Christiane Taubira, e di altri dicasteri tradizionalmente affidati con maggiore facilità al "sesso debole": l'Istruzione e la Sanità. Non tutto è oro quello che luccica.

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