I racconti dei missionari italiani ai cinque angoli del mondo

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Roma, 28 ott. (askanews) - Istruzione, dono di sè, collaborazione, diritti umani, povertà, inclusione, periferia. Sono solo alcuni degli elementi del lavoro di tutti i giorni dei migliaia di missionari italiani nel mondo, raccontati dai rappresentanti della comunità nel corso della prima edizione della Conferenza dei missionari italiani nel mondo, organizzata alla Farnesina.

Padre Luca Bergamaschi, a nome dell'Associazione Operazione Mato Grosso, è intervenuto in presenza alla Farnesina sottolineando il lavoro dei missionari italiani in America Latina dove "siamo italiani 'buena gente'". Padre Bergamaschi ha ricordato la vicinanza delle istituzioni italiane e la collaborazione con la rete consolare in diverse occasioni. "Aiutare i più poveri e dare ai ragazzi italiani un senso alla propria vita" è stato il duplice spirito della prima missione, ha raccontato parlando anche delle scuole d'arte aperte dall'associazione in Perù.

Padre Livio Maggi, in collegamento da Yangon, ha fatto luce sul ruolo essenziale che l'opera missionaria riveste in contesti di crisi. Padre Maggi, che opera per il Pontificio Istituto Missioni Estere, da sette anni in Myanmar con la ong New Hmanity International: "L'istruzione è uno dei primi interventi per immaginare un futuro e creare una coscienza di popolo".

Oggi "abbiamo dei programmi per giovani con un passato difficile, con debolezza psicologica, con dipendenze o con disabilità" ha detto Padre Maggi. Un lavoro "che merita più attenzione da parte di tutti, dobbiamo essere aiutati a fare del bene", ha sottolineato parlando dei fondi a disposizione della cooperazione e richiamando l'attenzione sulla pandemia e la disposnibilità di vaccini nel mondo.

"L'Italia missionaria si respirava in famiglia. L'impegno di annunciare il Vangelo è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana ma anche a tutto il mondo", ha detto suor Anna Molinari, missionaria canossiana collegata da Darwin. "I sogni dell'inizio erano tanti, erano modi concreti di realizzare l'anelito di santa Maddalena di Canossa. Tramite servizi semplici e solidali speravo di far nascere nelle persone l'interrogativo del perché lo facevo e illustrare il Vangelo. L'Oceania non faceva parte del mio sogno missionario. Quando nel 1978 sono stata chiamata in Australia sono entrata in crisi, non era un Paese di missione. La mia prima missione è stata ad Adelaide con gli immigrati italiani, dove ho compreso che essere missionaria non è determinato dal servizio che si svolge o dall'indigenza di chi si serve, significa stare con Gesù, servirlo e continuare la sua missione ovunque e a chiunque". Collaborazione con ufficio consolare "ha avuto da subito importanza" per "la condivisione di notizie e collegamento con le famiglie in Italia". "Ancora oggi essere missionaria si realizza nel farmi sorella di chi mi sta accanto", ha concluso suor Anna.

Per l'Africa, da Johannesburg, ha dato la sua testimonianda Suor Maria de Lurdes Lodi Rissini, missionaria scalabriniana che ha illustrato il servizio missionario a favore di migranti e rifugiati nei centri di ascolto e di accoglienza, di orientamento giuridico e psicosociale e di ricerca istituiti dagli scalabriniani. "Mi sono occupata di un centro rifiugiati per donne e bambini di guerre. E' uno strumento per far riscoprire alle donne la capacità di affrontare la situazione di povertà", ha dichiarato parlando anche delle esperienze con i migranti nell'attuale situazione di crisi. "Ho incontrato molti italiani all'estero che dedicano il loro tempo per la solidarietà e la Chiesa italiana con i progetti realizzati con l'8x1.000", ha ricordato suor Maria.

Infine per l'Europa, in collegamento da Erevan, Suor Benedetta Carugati, della Congregazione delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta, che opera nell'Orfanotrofio per bambini disabili della capitale armena. "Il mio non è un gesto eroico, la vocazione missionaria e di medico sono cresciute insieme, ho pensato che da medico sarei stata più utile come missionaria", ha raccontato parlando della missione prima in Medio Oriente, tra Libano e Giordania. "Ho vissuto l'esperienza della guerra, della persecuzione, ma la nostra missione non è interessarci dei problemi politici ma di incontrare ogni persona e mostrare che Dio è interessato a lui o a lei", ha aggiunto. "La povertà che si incontra in Armenia è il frutto di tanti anni di persecuzione e oppressione e indifferenza del resto del mondo", ha denunciato la missionaria.

"La nostra missione in Armenia è iniziata dopo il terremoto del 1988 e ancora oggi ci occupiamo delle famiglie sfollate allora e che vivono nella miseria. Criminalità, prostituzione, droga, alcolismo sono presenti ma noi affrontiamo il problema di ciascuna famiglia con azioni concrete, aiutandoli a ritrovare la loro dignità", ha spiegato parlando dal "Villaggio italiano", costruito dal corpo degli Alpini per gli sfollati. "Oggi stesso arriveranno dall'Italia per due settimane per fare tutti i lavori che aiutano la nostra comunità", ha annunciato suor Benedetta.

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