I rari casi di infezione dopo la prima dose del vaccino, uno studio

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AGI - Nonostante il rischio sia basso, esiste la possibilità di contrarre l'infezione da nuovo coronavirus a seguito della vaccinazione. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto dagli scienziati dell'Università della California a San Diego e della David Geffen School of Medicine dell'Università della California a Los Angeles, che hanno valutato i tassi di infezione da Covid-19 in una coorte di operatori sanitari che avevano ricevuto la vaccinazione.

"Grazie allo screening giornaliero obbligatorio dei sintomi del personale sanitario, pazienti e dei visitatori, e all'ottima capacità di test delle nostre strutture - commenta Jocelyn Keehner dell'Università della California a San Diego - siamo stati in grado di identificare le infezioni sintomatiche e asintomatiche tra gli operatori sanitari, in questo modo abbiamo potuto descrivere i tassi di infezione in uno scenario reale".

Il team ha esaminato i dati aggregati degli operatori sanitari che lavoravano presso le due strutture che avevano ricevuto i vaccini Pfizer o Moderna tra il 16 dicembre 2020 e il 9 febbraio 2021, durante i quali è stato osservato un aumento significativo delle infezioni da Covid-19.

Il gruppo di ricerca riporta 379 casi di infezione per SARS-CoV-2 rilevate almeno un giorno dopo la vaccinazione, 37 dei quali sono avvenuti a seguito delle due dosi. Gli autori hanno stimato che il rischio assoluto di positività dopo la vaccinazione era dell'1,19 per cento per quanto riguarda l'Università della California a San Diego e dello 0,97 per cento presso l'Università della California a Los Angeles, valori più elevati rispetto a quelli emersi dai trial vaccinali.

"Ci diverse possibili spiegazioni per questi dati - sostiene Lucy E. Horton dell'Università della California a San Diego e coautrice dell'articolo - in primo luogo, gli operatori sanitari considerati sono stati valutati per i test asintomatici e sintomatici, cosa che non è avvenuta durante gli studi clinici.

Si è inoltre verificato un aumento regionale delle infezioni che si sono sovrapposte alle campagne di vaccinazione durante questo periodo di tempo. Bisogna infine considerare le differenze nei dati demografici tra i partecipanti agli studi e gli operatori sanitari, che tra l'altro sono più esposti a SARS-CoV-2 rispetto alla popolazione generale selezionata per i trial vaccinali".

"Gli studi clinici di Moderna e Pfizer - osserva Michael A. Pfeffer, dell'Università della California a Los Angeles e altra firma dell'articolo - hanno smesso di raccogliere dati prima del picco di dicembre-febbraio e difficilmente venivano condotti test tra gli asintomatici".

Il gruppo di ricerca sottolinea tuttavia che il rischio di infezione era estremamente raro 14 giorni dopo la seconda dose, quando l'immunità dovrebbe essere massima. "Questo suggerisce che l'efficacia di questi vaccini è mantenuta al di fuori del contesto di sperimentazione - sottolineano gli autori - il rischio è molto basso, ma non nullo".

"Il nostro lavoro - conclude Francesca Torriani, collega e coautrice di Horton - evidenzia l'importanza fondamentale delle misure di mitigazione della salute pubblica anche in ambienti altamente vaccinati, fino al raggiungimento dell'immunità di gregge".