Rdc, Zini (Assindatcolf): "Si rifiuta politica attiva perché si perde welfare, non può essere"

featured 1667577
featured 1667577

Roma, 7 nov. (Labitalia) – "Molti, sia italiani che stranieri, non vogliono lavorare in chiaro perché percepiscono il reddito di cittadinanza, la Naspi e l'assegno universale. Fra l'altro nessuno ha mai quantificato quanto 'mal spende' lo Stato per l'indotto non immediato, ad esempio con Isee basso non si paga ticket sanitario, borsa di studio per il figlio. Quindi ci sono situazioni che devono essere prese in carico con la sistemazione del welfare e delle politiche attive, dividendo però le due cose. Non può essere che una politica attiva venga rifiutata perché si perde il welfare". Lo dice in un'intervista all'Adnkronos/Labitalia Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, Associazione nazionale dei datori di lavoro domestici.

"Noi – avverte – non abbiamo nessuna misura di incentivazione per la collocazione di cittadini non occupati, neanche il reddito di cittadinanza. Sin dall'istituzione del reddito di cittadinanza, avevamo chiesto sgravi fiscali anche per le famiglie datrici di lavoro domestico che assumono beneficiari del reddito di cittadinanza e corsia preferenziale per il settore, che con i suoi 2 milioni di addetti, può rappresentare un bacino occupazionale privilegiato da cui attingere per soddisfare le esigenze di chi sottoscrive il 'patto per il lavoro'".

"Invito – sottolinea – il ministro del Lavoro Marina Calderone a considerare, in una logica di maggiori performance del sistema di ricollocazione, le politiche attive anche il nostro settore. Dal punto di vista delle opportunità – sottolinea – sicuramente il mercato è in una situazione in cui non si trovano disponibilità per il cosiddetto 'lavoro a convivenza'. Eppure, sarebbe un settore di lavoro da mettere in condizione di maggiore possibilità di performance sia perché è invaso dal lavoro nero, sia perché i lavoratori fragili che devono essere ricollocati con poco sforzo riescono ad acquisire le professionalità per questo tipo di lavoro, come appunto ad esempio le colf".

"Quello domestico – afferma – è un settore atipico, nel quale alle volte i lavoratori sono la causa, per loro espressa volontà, dell'irregolarità dei rapporti di lavoro. D'altro canto è, però, anche evidente la responsabilità dello Stato: senza deducibilità totale del costo del lavoro, non è possibile creare una contrapposizione di interessi tra le parti e, soprattutto, assicurare dignità al comparto. Da questo punto di vista, occorre considerare che i redditi vengono tassati due volte. Un assurdo se si pensa che si tratta di redistribuzione di ricchezza non essendovi fine di lucro in una famiglia che assume un domestico". "Secondo la rilevazione svolta a maggio 2022 sugli associati ad Assindatcolf – spiega – circa 2 famiglie su 10 (18,6%) hanno avuto discussioni e incomprensioni attinenti al rapporto di lavoro, che avrebbero portato nel 9,6% dei casi a una controversia o accordo economico con il lavoratore".

"Il 13,3% lamenta invece – osserva – di essersi trovata nelle condizioni di non riuscire a regolarizzare completamente la situazione lavorativa del collaboratore per volontà di quest’ultimo". Andrea Zini ricorda poi i risultati dello studio 'Il costo nascosto del lavoro domestico' promosso da Assindatcolf e realizzato da Fondazione studi consulenti del lavoro su dati Istat, Mise, Mef e su una ricerca condotta su oltre 1.500 consulenti del lavoro, professionisti che assistono anche famiglie e collaboratori domestici nella gestione del rapporto di lavoro domestico al fine di ridurre il contenzioso abbiamo rilevato che nel lavoro domestico irregolare a perderci per primo è lo Stato.

"Quasi 2,7 miliardi – sottolinea – di mancato gettito tra evasione contributiva e fiscale e di questi la parte più rilevante è rappresentata dagli oneri contributivi evasi: circa 1,6 miliardi i contributi che le famiglie italiane avrebbero dovuto versare nel caso di un’assunzione regolare del collaboratore domestico". "A questo – avverte – si somma l’evasione fiscale derivante dalla mancata o parziale dichiarazione dei redditi dei lavoratori: secondo le ultime stime circa 1 miliardo di euro, corrispondente ad una base imponibile non dichiarata di circa 8,8 miliardi".