Recovery SSN e Recovery Plan: da internisti Simi proposta di riforma in sei punti

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 26 mar. (askanews) - Programmare risorse e dotazioni ripensando il Sistema Sanitario su un nuovo modello clinico-epidemiologico basato sui pazienti che gravano maggiormente sulle strutture sanitarie, i pazienti cronici, spesso polipatologici e fragili, e quelli con diagnosi indefinita, destinati a lunghe peregrinazioni tra visite specialistiche e ricoveri ospedalieri: con questo obiettivo la Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) ha sviluppato un ampio documento programmatico che analizza le criticità del SSN e definisce linee strategiche e proposte nell'ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Nella sua disamina, la SIMI evidenzia come dagli anni '80 ad oggi il quadro epidemiologico in Italia sia profondamente mutato, trasformato dalla crescita lineare delle patologie croniche non trasmissibili, cardiovascolari, metaboliche, oncologiche, e dall'incremento costante della quota di popolazione di età pari o superiore a 65 anni, in un Paese in cui l'aspettativa di vita alla nascita è di 83,1 anni. "L'aumento della speranza di vita è senza dubbio un buon segnale, ma, come un giano bifronte, consegna al Sistema Sanitario un onere estremamente importante legato all'assistenza di un numero sempre crescente di persone anziane, affette da malattie croniche, spesso ospedalizzate per lunghi periodi - osserva Antonello Pietrangelo, presidente Simi - abbiamo davanti a noi una sfida importante per la sostenibilità futura di un sistema sanitario come il nostro, purtroppo organizzato per gestire singole patologie, un sistema frammentato che ha portato in ambito territoriale a lunghe liste d'attesa per visite specialistiche e ultra-specialistiche e all'affollamento degli ambulatori dei medici di medicina generale, generando ritardi diagnostici e, soprattutto, la multi-prescrizione farmacologica da parte di schiere di specialisti".

L'emergenza ha dimostrato concretamente non solo le competenze professionali degli specialisti in Medicina Interna, ma anche la loro duttilità e capacità di adattamento al surmenage psico-fisico e gestionale legati al sovraffollamento ospedaliero: "I reparti di medicina interna sono ubiquitari in tutti gli ospedali italiani e gestiscono già la maggior parte dei ricoveri ospedalieri per acuti ogni anno. Hanno fatto e fanno lo stesso in epoca pandemica. Questi reparti non possono e non devono più essere considerati reparti generalistici di "scarico", ma "reparti specialistici" gestiti da specialisti - avverte Pietrangelo - è il momento di cambiare marcia e mettere in atto precise azioni correttive: riconoscere e identificare i reparti di Medicina Interna e gli specialisti in Medicina Interna come centrali nelle reti assistenziali nelle emergenze epidemiche e pandemiche; adeguarne la dotazione di posti letto e di personale medico ed infermieristico, per rispondere alla numerosità e accresciuta complessità dei pazienti assistiti e alla più elevata intensità di cura effettivamente erogata; revisionare i DRG ospedalieri, introducendo il DRG della "complessità" per dare il corretto" peso" alla multi-patologia nel paziente cronico ospedalizzato; inserire, nel contesto dei LEA, la visita specialistica in Medicina Interna nel Nomenclatore delle visite specialistiche ambulatoriali per assicurare la continuità assistenziale e la valutazione post-dimissione dei pazienti ed evitare il continuo ricorso a visite specialistiche e alla polifarmacoterapia che ne deriva, con un evidente contenimento dei costi e diminuzione dei rischi; estendere agli specialisti In Medicina Interna la prescrivibilità di farmaci innovativi, tra cui, per esempio, quelli per le malattie cardiovascolari, il diabete, la BPCO, così da garantire ai pazienti cronici le migliori cure".