Regime turco contro Orhan Pamuk per la sua isola che (forse) non c'è

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(Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
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Sull’isola di Minger, nel 1901, si svolge un dramma politico, uno scontro tra diverse culture con al centro la paura della morte, l’epidemia, lo Stato, le identità nazionali e la rivolta, mentre imperversa la peste e si diffonde un sentimento di ribellione contro lo stato-nazionalista che diventa Leviatano, esso stesso peste, nel romanzo “Veba Geceleri” (Le notti della peste), l’ultima opera letteraria del premio Nobel Orhan Pamuk, recentemente pubblicata in Turchia e tradotta in quaranta lingue, prossimamente in uscita anche in Italia. Minger è un’isola che non esiste e che nell’immaginario di Pamuk è situata tra Creta e Rodi ed è abitata da musulmani e da cristiani. Nel libro ricorrono tutti i temi più cari allo scrittore turco: il confronto tra classi sociali, la modernità, l’islam politico, le identità religiose e nazionali e poi i sentimenti: l’amore, la rabbia, la gelosia. È descritto il malcontento dei nazionalistinell’isola di Minger che si scatena con il progredire della peste attribuita a un nemico esterno e si diffondono teorie cospirative secondo le quali questa piaga sarebbestata causata da un invasore. Pamuk descrive fondamentalisti e profittatori che rapinano, stuprano, estorcono e uccidono.

Lo scrittore fa una rappresentazione allegorica del nazionalismo turco anche se tiene conto dei molti nazionalismi che si sono prodotti nella storia. Per esempio, cambiare i nomi delle strade è la prima azione della costituzione di un nuovo Stato e questa fu la prima preoccupazione anche dello Stato greco. Inoltre la questione della lingua nel nazionalismo è un fattore determinante delle varie identità di una nazione. Sono questi gli elementi su cui i detrattori di Pamuk sono tornati ad inveire. Lo scrittore nelle sue opere rappresenta il dramma sociale delle minoranze vessate dal nazionalismo e dall’autoritarismo, della necessità di ammodernare lo Stato e questo espone il Premio Nobel agli attacchi di nostalgici dell’Impero ottomano e di fondamentalisti.

Ora Pamuk è indagato per ingiurie nei riguardi di Atatürk e sotto accusa è proprio il suo ultimo romanzo.

LaProcura della Repubblica di Izmir ha aperto un’inchiesta contro di lui per presunti riferimenti allegorici e sarcastici alla figura del padre della Patria, fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. L’inchiesta è stata aperta dal Giudice Penale di Pace che ha accolto un ricorso contro la decisione di non luogo a procedere emessa in precedenza a causa di una denuncia penale contro lo scrittore per “presunto incitamento all’odio, insulto ad Atatürk e alla bandiera turca”, manifestati nel suo ultimo libro Le notti della peste”.

L’accusatore è l’avvocato del Foro di Izmir, Tarcan Ülük, ex ultranazionalista, fondatore del partito Ergenekon, vicino al gruppo dell’establishment politico-militare kemalista che nel 2007 fu accusato di tramare contro i poteri dello stato per rovesciare il governo Erdoğan. Ülük trascorse sei mesi in carcere e il suo partito fu poi bandito. Pamuk si è difeso dicendo: “Non ho scritto nulla che abbia implicazioni con Atatürk e respingo ogni accusa″.

Sedici anni fa, nel 2005, l’opinione pubblica turca sembrava essersi destata dal suo torpore. Scese in piazza quando Hrant Dink, giornalista armeno di Turchia poi assassinato dall’odio nazionalista il 19 gennaio 2007, fu condannato a sei mesi di reclusione per i suoi scritti sulla questione armena. I manifestanti urlarono lo slogan: “Siamo tutti armeni”. Una manifestazione quella che spinse la società turca e la nuova generazione della dinamica società civile del paese ad interrogarsi sui diritti delle minoranze e a dibattere su questo pubblicamente. Cosa impensabile fino a pochi anni prima. Fu proprio in quegli anni, nel 2005,che Orhan Pamuk, venne incriminato per la prima volta per “vilipendio dell’identità nazionale”, a seguito di alcune dichiarazioni fatte a una rivista svizzera riguardanti il genocidio da parte dei turchi, di un milione di armeni e di trentamila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale. La legge turca infatti proibiva di definire tali avvenimenti un “genocidio”, secondo l’art. 301 del codice penale, poi riformato. Pamuk rifiutò dal governo turco il titolo di “artista di Stato”. Il suo processo attirò l’attenzione della stampa internazionale e il 22 dicembre 2006 fu subito sospeso con la motivazione che il fatto non costituiva più reato a causa della riforma del codice penale. Grazie all’avvio nel 2005 del negoziato di adesione all’Unione europea, a partire dal settembre di quell’anno, le cose nel paese incominciarono a cambiare, con la prima conferenza organizzata dall’Università del Bosforo e poi con quella della Bilgi University di Istanbul sulla questione armena negli ultimi anni dell’Impero Ottomano.

″È una disgrazia, è primitività e ignoranza di questo paese”, sono le parole di sconcerto pronunciate dal pianista di fama mondiale Fazıl Say che ha subito condannato la riapertura di un’indagine contro lo scrittore Pamuk. Anche Fazıl Say fu preso di mira dai membri del Partito dellagiustizia e dello sviluppo (AKP); nel 2012 fuaccusato di blasfemia e condannato a 10 mesi di reclusione per alcuni tweet in cui citava il poeta persiano dell’XI secolo Omar Khayyam; la condanna fu poi sospesa.

Il racconto di Pamuk si svolge nel 1901, nell’ultima fase di vita dell’Impero ottomano. Abdülhamid II, il sultano dell’epoca, era sul trono da venticinque anni e, nonostante le drastiche perdite territoriali e la bancarotta dell’impero, la sua autocrazia era solida, ma la sua paranoia dilagava. Quando gli giunsero le voci che una pestilenza aveva colpito l’isola di Minger, vi inviòun uomo di sua fiducia, un farmacista di nome Bonkowski Pasha, nel tentativo di far luce sulla questione. Ma presto il corpo del farmacista venneritrovato senza vita in un vicolo. Ci si chiese se si trattasse di un suicidio o di un assassinio compiuto per rappresaglia da un isolano che temeva che la pestefosse stata portata da lui. Abdülhamid II nella sua opera è un personaggio minore anche se la sua presenza è forte. Pamuk lo descrive come un appassionato di romanzi polizieschi, in particolare delle avventure di Sherlock Holmes, quindi quando apprende la notizia dell’omicidio esorta i suoi funzionari a indagare come avrebbe fatto il signor Holmes, cioè raccogliendo prove e lasciando aperte tutte le piste, contrariamente al metodo vigente durante l’impero ottomano e cioè quello di individuare un colpevole e poi fabbricare contro di lui le prove.

Questo metodo ha dominato nel paese per secoli fino ai nostri giorni. Non è la prima volta che la peste compare nelle opere di Pamuk, come ne “Il castello bianco, nelle “Notti della peste” il romanzo inizia come una storia d’amore e si trasforma gradualmente per riflesso nella storia del paese, sia quella passata che quella attuale. Il libro affronta i problemi della modernizzazione turca che da quel periodo grazie alla rivoluzione di Atatürk emetteva le sue radici. Modernizzazione, necessaria, ma imposta dall’alto, per questo le persone tendevano a non accettarla, per abitudine, per pigrizia o per chiusura ideologica o per testardaggine. Questo libro ci dice inoltre che non possiamo né rinunciare alle regole dello stato di diritto, della tolleranza e, in caso di epidemia, come quella che imperversa oggi in tutto il pianeta, al rispetto delle prescrizioni della quarantena e di tutte le norme sanitarie prescritte, altrimenti la peste si diffonde e non vi sarà più serenità. È una allegoria dell’ammodernamento della Turchia e della necessità del rafforzamento dello stato di diritto. Dunque l’accusa di coloro che resistono alla modernizzazione e al cambiamento accusano pretestuosamente il romanziere perché uno dei principali personaggi del libro, un certo Kolagasi Kamil, che condivideva le stesse consonanti di Kemal nel suo nome, e la sua storia, come è raccontata nel romanzo, avrebbe una somiglianza con la vita di Atatürk, perché entrambi inseguivano i corvi nella loro infanzia, entrambi iniziarono una rivolta e entrambi riuscirono nel loro intento.

Ma il narratore in questo romanzo ha usato un’allegoria e la critica non è diretta ad Atatürk, ma al sultano Abdülhamid II. Pamuk dipinge il sultano come un promotore, persino fondatore, dell’Islam politico con le sue visioni panislamiste e con la sua spietata tirannia. Pamuk è pienamente consapevole che, nonostante il suo dispotismo, il sultano, è incondizionatamente amato dalla maggioranza del suo popolo, il che è più di una sottile allusione al leader turco, al suo governo e ai suoi sostenitori. I lettori conservatori, fortemente nazionalisti e islamisticon le loro accuse di “incitamento all’odio” hanno colto dunque un’altra occasione per attaccare il signor Pamuk descrivendolo come un oppositore del governo, dell’eredità ottomana e come nemico della nazione, per attaccare ogni prospettiva di cambiamento.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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