Renzi è uscito dall'angolo. E l'addio al Pd si allontana

paolo molinari

"Alla Leopolda si tirano le somme su tutto". Era il 9 agosto quando Matteo Renzi mandava messaggi che sapevano di resa dei conti imminente. Due giorni dopo avrebbe rovesciato il tavolo aprendo al governo Pd-M5s, fino ad allora spauracchio di ogni renziano che si rispetti. Poco dopo è stato il turno di Dario Franceschini e, soprattutto di Goffredo Bettini, padre del 'lodo' sul quale è stato costruito il programma del Conte II.

È passato meno di un mese e sembra un'era geologica. Renzi è uscito dall'angolo e non solo per i ministri che ha espresso, quanto per i gruppi che ancora controlla e con cui potrebbe indirizzare l'azione del governo. E questo perché senza la consistente truppa renziana al Senato, dove i renziani sono una quindicina (e si raddoppiano se si contano anche gli esponenti di Base Riformista), la maggioranza avrebbe problemi ad andare avanti. Per questa ragione, al di là degli allarmi, fonti parlamentari di Palazzo Madama frenano sull'ipotesi di una prossima uscita del 'rottamatore'. Chi glielo fa fare? Si chiedono.

Dall'inizio della crisi, il senatore dem ha mantenuto uno standing istituzionale, collaborativo rimettendosi continuamente alle decisioni di Nicola Zingaretti. E lui, il segretario dem, ha continuato a lavorare avendo come bussola l'unità del partito, che oggi appare compatto, percorso da un clima nuovo. Emerge anche dai sorrisi e dagli scambi su Twitter tra i dirigenti. Matteo Renzi ha fatto gli auguri definendo una "ottima notizia" la nomina di Paolo Gentiloni alla Commissione Europea. Dario Franceschini, il capo delegazione dei ministri dem, si è prestato ad un selfie postato sui social network, stretto alla 'sua' squadra di governo.

Non che il progetto renziano sia tramontato: l'idea di mettere in campo un movimento alla Macron rimane nel cassetto, ma il timing ha subito un rallentamento. Fino a un paio di mesi fa si guardava ad ottobre, la crisi di governo - con lo scontro nella maggioranza gialloverde sulle mozioni Tav e il voto per Ursula von der Leyen in Europa - ha fatto però tirare il freno a mano. L'idea rimane quella di dare vita a un soggetto tutto nuovo, un movimento largo che, se dovesse un giorno essere concretizzato, dovrà essere composto da energie fresche, reclutate anche grazie ai Comitati di Azione Civile "Ritorno al Futuro" (di qui l'insistenza di Renzi sulla scuola di politica che si è svolta il 26 agosto al Ciocco, in provincia di Lucca).

E ad uscire dal Pd - sempre nel caso si dovesse percorrere questa strada - sarebbe il solo Renzi, non entusiasta all'idea di farsi promotore di una nuova scissione nel partito. Tuttavia, il ritardo registrato nell'organizzazione a livello territoriale e i sondaggi che davano un soggetto politico tutto renziano sotto il 10% hanno suggerito di posticipare il lancio del progetto a febbraio 2020. Questo, però, prima della crisi e del varo del nuovo esecutivo.

Ora, viene spiegato da fonti parlamentari al Senato, non c'è più alcuna fretta. Si puo' attendere "almeno fino all'approvazione della nuova legge proporzionale" che è uno dei punti contenuti nel programma di governo. Una parola su questo è stata detta ieri da un fedelissimo di Renzi come il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci: "Se la domanda è 'Renzi resta nel Pd', la risposta è sì". Per capire quale sarà l'atteggiamento dell'ex premier potrebbe essere sufficiente aspettare fin dopo la fiducia, quando Renzi ricomincerà a occuparsi anche del dibattito interno al partito. E, sicuramente, qualche indicazione in piu' arriverà dalla Leopolda che, a questo punto, non dovrebbe rappresentare più un redde rationem - come si temeva - ma più probabilmente un appuntamento programmatico.