Renzi ammetta l'errore e restituisca quei 30 denari

Ugo Magri
·Giornalista
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Renzi (Photo: ansa)
Renzi (Photo: ansa)

Per giustificare come mai si accompagni a Mohammed bin Salman, accusato di un delitto da far inorridire i Borgia, Matteo Renzi aggrava la sua situazione. Nega di essersi fatto dare gli 80mila dollari in cambio dei peana al principe: il piatto è mille volte più ricco, spiega nella sua newsletter.

Lui veramente pensa che il progetto di “Rinascimento saudita” sia un business di proporzioni ciclopiche in grado di dare lavoro a una quantità enorme di aziende, italiane comprese. Dunque il vero grande ruolo che si è ritagliato Matteo starebbe proprio in questo “dirty job” di potenziale apripista per giganteschi affari di cui potremo avvantaggiarci, altro che la manciata di dollari incassati a Riad. Chiunque voglia oliare i rapporti con la casa regnante saudita d’ora in avanti avrà un telefono amico cui potersi rivolgere, una porta a Rignano dove bussare. Cosicché, invece di fargli le pulci sugli oppositori fatti a brandelli, sui diritti umani conculcati laggiù, sui lavoratori stranieri trattati come bestie, sulle donne che non possono ancora guidare l’auto, Renzi meriterebbe un monumento per il servigio che sta rendendo a noi, connazionali ingrati...

Chiaramente, qualcosa non quadra.

Quel “qualcosa” è la sua veste di parlamentare della Repubblica finito a libro paga di un ente straniero, in questo caso la Future Invest Initiative (FII). Alla luce del sole e con tanto di ricevuta fiscale. Renzi si fa vanto di versarci sopra le tasse nel nome della trasparenza, senza accorgersi di travolgere l’ultimo scrupolo, l’estremo tabù che ancora resisteva nella nostra politica amorale: non farsi retribuire da una potenza, amica o nemica che sia.

È vero, in passato abbiamo avuto partiti come il Pci foraggiati dall’”oro di Mosca”; e ne abbiamo conosciuti altri (la Dc ma non solo) finanziati dalla Cia. Recentemente si è sospettato sul...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.