Renzi solo contro tutti, il caso Open si divora la Leopolda

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Matteo Renzi at the event 'Leopolda 11' in Florence (Photo: Ansa)
Matteo Renzi at the event 'Leopolda 11' in Florence (Photo: Ansa)

Alle 19.25, il gran finale è un crescendo: “Questa inchiesta è un’operazione politica che, in termini tecnici, si chiama sputtanamento mediatico”. Di qui l’annuncio che risponderà colpo su colpo, udienza dopo udienza: “Procederò a sporgere denuncia in tutte le sedi, penali, civili, chiedendo i danni a chi diffama. Lo faccio per i miei figli. Sono i giudici ad aver violato la legge, non io”.

Alle 18.07, un’ora e diciotto minuti prima, il tempo medio delle conclusioni a un congresso, di un discorso di fiducia alle Camere, forse anche dello speech di un premier alle Nazioni Unite, Matteo Renzi inizia la sua arringa. Seduto, pila di fogli davanti, calma apparente, di quelle che a stento celano un groviglio di sentimenti: rabbia, rancore verso gli ex compagni di partito, anche volontà di mostrarsi ancora padrone della situazione e innocente, qui, in casa sua. È, innanzitutto, uno che si sente già imputato e si difende senza la baldanza di quando accusa, segno che è, innanzitutto, un uomo scosso. E colpito nel cuore del suo sistema di potere, di relazioni, e anche nel giudizio collettivo su questa vicenda. Che non avverte, attorno, una solidarietà politica oltre i confini della sua cerchia pari al colpo incassato. E la Leopolda, il luogo dell’attacco per eccellenza, dello sfoggio del potere ai tempi d’oro, si trasforma nel set di “Un giorno in pretura”.

La prosa è prolissa. L’argomentazione quasi ossessiva nel rispondere punto su punto alle contestazioni dell’accusa: fatti, sms, date, per dimostrare come l’inchiesta Open sia “una pesca a strascico” che neanche per “i reati di ’ndrangheta” per metodi e dispiegamento di forze. E denunciare le violazioni delle “garanzie costituzionali non verso Matteo Renzi, ma verso un parlamentate della Repubblica”, perché per acquisire sms e telefonate serve chiederlo al Parlamento. La tesi difensiva è nota. E cioè che non di finanziamento illecito si tratta perché si trattava di un finanziamento a una “fondazione culturale” – così sarebbe stata definita in un pronunciamento della Cassazione su un ricorso di Carrai - non di un partito, e, soprattutto, non “spetta ai giudici stabilire ciò che è un partito e ciò che non lo è”.

Non è un novello Berlusconi che lancia strali contro una magistratura politicizzata, col vigore di chi ha dalla sua consenso e forza, anche se qualche passaggio è abrasivo perché, dice, “se avessimo fatto noi ciò che fanno le correnti del Csm ci indagherebbero per traffico di influenza”. Tutto il discorso, in fondo, trasmette una profonda solitudine, che è l’altra faccia di una debolezza politica. Rancore, c’è poco da fare, perché quando dal processo la lingua batte sul dente della politica, è il solito Renzi, che accusa D’Alema di “aver distrutto Mps che neanche la peste” o Bersani di “aver preso i soldi dai Riva di Taranto” per la campagna elettorale, con grande giubilo della sala, il cui orologio emotivo è sempre fermo a quella stagione. Ecco, la contraddizione è proprio questa: accusa, con allusioni che col garantismo non hanno nulla a che fare, e al tempo stesso invoca solidarietà in nome delle prerogative del Parlamento e del garantismo. E, forse, si spiega così il deserto politico anche quando non ha torto, perché non c’è dubbio che l’inchiesta è uno sfregio alle prerogative del Senato, e ciò che vale per Renzi oggi potrebbe valere per ogni parlamentare un domani. Fa precedente. In questa contraddizione c’è tutta la contraddizione della biografia politica di Renzi – ricordate i casi, Cancellieri e Lupi, o Josefa Idem e Federica Guidi? – che spesso ha piegato il garantismo all’opportunità politica. C’è la spregiudicatezza politica di questi anni e anche morale dell’oggi, come l’intreccio tra i soldi dall’Arabia e il ruolo di senatore della Repubblica, che è vero che rientra nella sfera dell’opportunità e non delle leggi, ma chiama in causa, anche in questo caso, la dignità e in definitiva il rispetto delle istituzioni.

C’è poco da fare, l’uomo sembra non riuscire ad avere torto anche quando potrebbe avere ragione, perché la presenza di Sabino Cassese sulla crisi della giustizia e dei magistrati, e l’intervento di Flick sulle anomalie di questo processo, uno che guidava i “comitati del no” al referendum, sono soffocati dal battutismo velenoso sugli avversari politici e sul sentimento revanscista verso gli ex compagni di partito, soprattutto quei “vigliacchi” – li apostrofa proprio così - che ora ignorano il leader, dopo averlo acriticamente omaggiato ai tempi del renzismo imperante.

In tal senso l’undicesima Leopolda è la Leopolda della sconfitta e di un “lutto” irrisolto, monopolizzata dalla difesa giudiziaria. E’ la Leopolda di una sopravvivenza politica affidata all’idea di una via macroniana fuori dai poli, che tanto ricorda il Terzo Polo di qualche anno fa, ai tempi del governo Monti. Accade che proprio in questa stazione, dove passò la classe dirigente del paese e una selva di ceto politico, amministratori, gente che accorreva per prendere un treno per il potere il nuovo orizzonte si intravede l’intervento di Emilio Carelli, garbatissimo giornalista arruolato da Di Maio nel 2018 e ora artefice del gruppetto centrista di Coraggio Italia che spiega il suo sogno di rassemblement centrista. E poi Benedetto della Vedova. E poi Enrico Costa, ex Ncd ora con Azione. C’è, e questa è una notizia, Beppe Sala che, nel suo saluto, accenna al superamento degli attuali “perimetri” politici, frase che basta ad eccitare le fantasie dei cronisti su chi sarà il frontman dell’aggregato centrista, il cui primo obiettivo è incidere nella partita del Quirinale. Con la malcelata speranza che Draghi rimanga imbullonato a palazzo Chigi e la legislatura arrivi al 2023. Perché si fa presto a dire Macron. Se si vota è un’altra storia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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