Renzi, tanto rumore per nulla

ANSA/ALESSANDRO DI MEO (Photo: Ansa)

Alla fine, l’atteso “discorso alla nazione” dalla terza Camera, annunciato come una “bomba” sul governo, si rivela un semplice fuoco d’artificio. Il solito Renzi. Perché, al netto di minacce, penultimatum, politicismo esasperato all’interno di una narrazione dove è assente l’Italia reale, con i suoi drammi e le sue urgenze, manca l’atto o, se preferite, la “pistola di Sarajevo” che determini l’incidente. E l’intera vicenda – l’attesa caricata ad arte, le cene notturne, la tensione permanente – si rivela per quella che è: una sorta di operazione di marketing di un leader ossessionato dalla perdita di consenso, impegnato a cercarlo sul terreno del logoramento al governo.

La sfiducia a Bonafede (un già detto) è annunciata entro Pasqua, se non cambia la legge sulla prescrizione, il che può significare entro Natale o, perché no, entro Capodanno visto che nessuno avrà fretta di calendarizzarla. Sulle intercettazioni Italia Viva voterà la fiducia domani, “sia pur per carità di patria”, ma comunque voterà. Il gioco del “se vuole ci cacci” è l’opposto di un adamantino “me ne vado”, chiaro e motivato, se davvero “così non si va avanti”. In definitiva anche il tentativo di aggancio della destra sul terreno delle riforme con la proposta del “sindaco d’Italia” è una mossa non riuscita. Perché in questo gioco di bluff sia Salvini sia la Meloni, i veri destinatari dell’appello, dicono di no, sia nella formula di un nuovo Nazareno sia nella formula di un governo per le riforme sul modello del “governo Maccanico” che, peraltro, non vide mai la luce. E non la vide perché, allora proprio come oggi, la destra puntava al voto, non ad allungare la legislatura.

L’idea tuttavia racconta di una paura e di uno schema. La paura è di non superare lo sbarramento al cinque per cento, previsto dall’attuale legge elettorale proporzionale, che proprio Renzi volle quando era convinto che uno sbarramento alto avrebbe favorito l’aggregazione di un polo dei moderati, con pezzi di centrodestra e altre forze riformiste. Adesso, preso atto che il disegno è fallito, riscopre il maggioritario proprio nel momento in cui fa saltare le alleanze maggioritarie nelle regioni, dalla Puglia alla Campania, al Veneto. Solo in Toscana Italia Viva è in coalizione, dove si gioca quella partita della vita che, secondo chi lo conosce bene, giustifica questo protagonismo esasperato, perché se non fa un risultato a due cifre siamo al game over pubblico.

Lo schema, detto in chiaro per la prima volta, è quello di una interlocuzione con la destra, sia pur sul terreno delle riforme. Di un governo istituzionale. Diciamolo senza tanti giri di parole, il ragionamento per arrivare a togliere l’attuale inquilino di palazzo Chigi è questo: la situazione è drammatica, c’è la crisi, la quasi recessione, il governo è fermo, l’ipotesi migliore sarebbe un governo per le riforme, guidato da Draghi, con l’idea di farne il nuovo Ciampi, l’uomo che salva l’Italia da palazzo Chigi per poi andare al Quirinale. A quel punto Renzi sarebbe il grande artefice dell’operazione politica e avrebbe il merito storico di aver “costituzionalizzato” la destra. Peccato che per un disegno così perfetto manchi il principio di realtà: la destra vuole il voto, e Salvini mai andrebbe a sostenere un governo con Renzi, col rischio di precipitare nei sondaggi o peggio di regalare voti alla Meloni. Il Pd considera lunare l’ipotesi di un governo con Salvini, non essendo pervenuto tutto questo suo spirito costituente. E soprattutto, per un governo di emergenza, manca l’emergenza. C’è poco da fare: per fare un nuovo governo prima deve saltare l’attuale, ma poiché l’alternativa a questo è un governo che porti il paese al voto, magari anche con Conte, Renzi minaccia ma non affonda. E avanti così, con l’imposizione di una verifica permanente per non farne una vera, rivendicando le mani libere, fino ad agitarle a vuoto.

Nella reazione del Pd, priva del pathos che si riserva di fronte ai fondamenti di una crisi, c’è la consapevolezza che siamo ancora sul piano delle “chiacchiere”. Così come nella riflessione di Conte, oggi poco propenso a drammatizzare con un passaggio d’Aula per chiedere la fiducia. Se ci sarà un fatto concreto il premier andrà in Aula in una sorta di remake del 20 agosto, parlamentarizzando la crisi di fronte all’esuberanza di questo Matteo. Che, come l’altro, interpreta il governo che ha voluto senza un minimo di vincolo e disciplina di coalizione. Come si possa andare così questo è un altro discorso. È opinione comune al Nazareno che “così non si va avanti” e in tal senso va letta la volontà di approvare la legge elettorale proporzionale con “maggioranza ampia”, ovvero con chi ci sta, anche con Forza Italia. In fondo è una legge che mette in sicurezza il paese dai “pieni poteri”. Almeno è un punto fermo che consente di avere, nel novero delle opportunità, anche il ritorno al voto. Quantomeno come deterrente di fronte alle minacce quotidiane. Almeno.

 

 

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