I resistenti al Covid hanno genetica e memoria immunologica dalla loro parte

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Getty (Photo: Getty)
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Quando due persone sane entrano in contatto con un positivo al Covid, è probabile che non reagiscano entrambe allo stesso modo. Uno può contagiarsi e finire in terapia intensiva, l’altro no. Come mai? Cosa rende differenti i “suscettibili” dai “resistenti”? Il genetista italiano Giuseppe Novelli, direttore del Laboratorio di Genetica Medica del Policlinico Tor Vergata di Roma, aveva avviato a marzo 2021 uno studio internazionale proprio per rispondere a questa domanda, in collaborazione con 200 laboratori mondiali coordinati dalla Rockefeller University di New York. Oggi cominciano ad arrivare i primi risultati della sua ricerca, che sembrano ulteriormente avvalorati da uno studio condotto da Leo Swadling, immunologo presso l’University College di Londra.

L’ipotesi iniziale di Novelli era che fosse la genetica a influenzare la gravità della malattia. “Abbiamo scoperto che il 13% dei malati gravi presenta alcune differenze importanti nei geni che codificano l’interferone, ossia la molecola in prima linea di difesa, la prima barriera di immunità innata, quella che interviene prima ancora che si sviluppino gli anticorpi”, aveva detto a HuffPost. I pazienti in questione avevano un problema nella produzione o anche nell’attività delle molecole di difesa, come appunto l’interferone. Ma l’ipotesi era ancora da confermare. Oggi, abbiamo raggiunto l’esperto per farci spiegare a che punto sono le ricerche.

“Lo studio sta procedendo e qualcosa sta venendo fuori - dice a HuffPost -. Un collega americano ha pubblicato di recente l’identificazione di un gene, che si chiama OAF1, che sembra avere a che fare proprio con l’interferone. Questo conferma le mie previsioni. Ora non c’è dubbio che nell’evoluzione della malattia l’interferone abbia un ruolo centrale, sia nel determinare la gravità che la cosiddetta “immunità innata””. Questo gene, infatti, come spiega Novelli, attiva una delle forbici molecolari che fanno a pezzi l’RNA dei virus. “Se ne abbiamo di più ci difendiamo meglio. E c’è chi ne ha di più e riesce a eliminare prima il virus”.

Questi risultati sono ulteriormente confermati da uno studio pubblicato di recente sul Guardian. Lo studio afferma che alcuni individui riescono a eliminare rapidamente il virus grazie a una forte risposta immunitaria, che parte dalle cosiddette “cellule T”. Questi soggetti sperimentano una sorta di “infezione abortiva”, per cui il virus entra sì nell’organismo, ma viene eliminato dal sistema immunitario già nella sua fase più precoce.

“Le cellule T fanno parte della memoria immunologica - spiega Novelli -. sono le cellule “guardiane” dell’infezione e tutto parte da lì. Se prendiamo il Covid adesso, sono proprio loro a ricordarsi che ce l’abbiamo avuto”. Queste cellule immunitarie “annusano” le proteine ​​nel meccanismo di replicazione del virus e riescono a rispondere rapidamente all’infezione, eliminandola. Ma l’aspetto più importante da comprendere è che questo meccanismo si attiva anche con i coronavirus stagionali. “Alcuni di noi - spiega il professore - sono venuti a contatto con uno dei tanti coronavirus, poiché non esiste solo il Sars-Cov 2. Ebbene, queste persone, entrando a contatto con uno di questi virus stagionali, e superandolo, attivano una memoria nelle cellule T. Alcune di queste, hanno sviluppato una capacità di rispondere all’infezione, o comunque a controllarla, motivo per cui poi riescono a eliminare anche il Sars-Cov 2 in maniera più rapida”.

“È come se avessero già visto un nemico che somigliava al Sars-Cov2, e di conseguenza riescono poi a eliminarlo in maniera più semplice. Sono proprio gli altri virus che abbiamo incontrato che ci allenano a far questo”. Circa il 15 per cento degli operatori sanitari monitorati durante la prima ondata della pandemia a Londra ha dimostrato di aver attivato questa risposta immunitaria.

Il contributo della nostra fonte genetica, come aveva ipotizzato Novelli mesi fa, sarebbe dunque fondamentale. La scoperta è particolarmente significativa perché le cellule T tendono a conferire un’immunità più duratura, tipicamente di anni anziché di mesi, rispetto agli anticorpi. Leo Swadling, immunologo presso l’University College di Londra e autore principale del documento, ha dichiarato: “Abbiamo riscontrato molti casi di persone esposte ma non debilitate dall’infezione. Quello che non capivamo è se questi individui fossero davvero riusciti a evitare completamente il virus o se l’avessero eliminato naturalmente prima che fosse rilevabile dai test di routine”. Oggi la risposta è arrivata.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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