Retromarcia europea su Taiwan, per non irritare la Cina

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A man cycles past a Taiwan flag in Taipei, Taiwan, November 16, 2021. REUTERS/Ann Wang (Photo: Ann Wang via Reuters)
A man cycles past a Taiwan flag in Taipei, Taiwan, November 16, 2021. REUTERS/Ann Wang (Photo: Ann Wang via Reuters)

Malgrado i roboanti comunicati-stampa della delegazione dell’Unione Europea arrivata a Taiwan da Bruxelles dieci giorni fa per “difendere la democrazia dell’isola dall’aggressione della Cina comunista”, oggi Bruxelles ha prudentemente rinviato “a data da destinarsi” un piano riservato per migliorare i suoi legami commerciali con Taipei. In buona sostanza, l’Europa ha fatto marcia indietro su Taiwan, nel segno dell’incertezza interna su come bilanciare al meglio i legami con Taipei senza rischiare di irritare Pechino. Così, non è servita a molto nemmeno tutta la baldanza dichiarata pubblicamente dai 17 europarlamentari – italiani compresi – giunti a Taipei in visita ufficiale lo scorso 3 novembre, che alla fine si è - di conseguenza - sciolta come neve al sole; troppo rischioso di questi tempi ipotizzare di mettersi contro il gigante cinese. “Qua rischiamo di andarci di mezzo personalmente”, devono aver pensato, probabilmente spaventati dall’anatema biblico – divieto perenne di mettere piede in Cina, a Hong Kong a Macao e condanna penale a vita estesa a tutti i familiari - che Pechino ha lanciato qualche giorno fa contro chiunque sostenga l’indipendenza di quella che per i comunisti cinesi resta una “provincia ribelle”, da riunire alla “madrepatria” con le buone o con le cattive.

Martedì l’ambasciatore cinese presso l’Ue, Zhang Ming, aveva avvertito un po’ tutti (e soprattutto gli europarlamentari che hanno visitato Taiwan, ai quali saranno fischiate le orecchie… ) che “qualsiasi tentativo di sviluppare relazioni ufficiali con le autorità di Taiwan non è accettabile perché viola le norme fondamentali delle relazioni internazionali”. “La questione di Taiwan riguarda gli affari interni della Cina”, ha detto Zhang in un webinar organizzato dall’European Policy Centre. “È una questione molto delicata, ma alcuni in Europa sembrano sottovalutare l’aspirazione del popolo cinese alla riunificazione completa del nostro Paese. Vorrei sottolineare che la posizione della Cina sulla questione di Taiwan è ferma e chiara. Tale posizione rimane invariata e non sarà mai modificata”.

Intanto oggi, mentre la Ue faceva bruscamente marcia indietro su Taiwan, Usa e Giappone davano il via alle prime esercitazioni militari anti-sommergibile mai varate nelle acque “bollenti” - non solo perché attorno a Taiwan, ma anche perché oggetto delle contese territoriali di Pechino – del Mar Cinese Meridionale. Insomma, malgrado gli evidentissimi segnali di distensione – che sono sembrati reali e non solo teorici – scaturiti dal vertice virtuale tra Joe Biden e Xi Jinping ieri, per quanto riguarda il “nodo Taiwan” entrambe le due superpotenze restano sulle rispettive posizioni: Pechino non ammette repliche e tantomeno accetta nemmeno il dibattito sul principio di “una sola Cina” (e non certo da un gruppetto di parlamentari sbarcati sull’”isola ribelle” da Bruxelles e già per questo aspramente criticati), mentre Washington si fa un punto d’onore di mostrare al Mondo che non si fa intimidire dal suo rivale sistemico ed insiste nel difendere la libertà di accesso e di navigazione nell’area calda dell’Indo-Pacifico.

Venerdì scorso, Bruxelles si stava preparando ad annunciare una nuova intesa strategica con Taiwan su questioni commerciali ed economiche, che prevedeva incontri più regolari, collaborazione su settori specifici come i semiconduttori e più visite di alti funzionari: un piano che avrebbe previsto anche un ampliamento delle consultazioni annuali ufficiali tra Bruxelles e Taipei. Ma l’annuncio, in mano alla commissione per il commercio, è stato rinviato in extremis, a data da destinarsi. Può darsi che venga riproposto, prima o poi, dallo stesso Parlamento europeo, che ha già spinto in passato per legami più forti con Taiwan, ma quando – o addirittura “se” – è difficile dirlo. Comunque si tratta innegabilmente di una brusca “inversione a U” rispetto a quanto dichiarato il mese scorso dal commissario europeo per la concorrenza Margrethe Vestager: “L’Unione europea ha interesse a rafforzare le relazioni e la cooperazione con Taiwan, nel quadro della sua politica di una sola Cina”. Peccato che la Cina non sia per nulla d’accordo sul punto.

Bruxelles sta cercando di “ricoinvolgersi” con la Cina, dopo il declino impetuoso dei rapporti con Pechino negli ultimi mesi, che ha toccato il punto più basso a marzo quando – in risposta ad analoghe decisioni cinesi – Bruxelles ha sanzionato diversi politici ed entità in Cina; una situazione che alla fine, a maggio, ha portato i legislatori dell’UE a decidere di congelare i progressi su un patto di investimento con Pechino, frutto di lunghe negoziazioni e che, alla fine del 2020, sembrava ormai concordato, seppure in linea di principio. Le comunicazioni di alto livello Ue-Cina sono diminuite nei mesi successivi, anche se le discussioni diplomatiche sono andate avanti. E proprio sull’‘Accordo globale sugli investimenti (CAI), il presidente del Consiglio europeo Charles Michel la settimana scorsa ha detto: “Questo accordo è perfetto? No”. “Abbiamo ottenuto tutto ciò che volevamo? Certamente no. Ma nemmeno la Cina. Questo accordo porterà a un sistema democratico in Cina e al pieno rispetto dei diritti umani e del lavoro? No. Ma crea una piattaforma per discutere di questi temi con le autorità cinesi, a cui non piacciono, perché non condividono il nostro stesso sistema e i nostri valori. “E alla domanda: i nostri interessi sono meglio difesi e la nostra capacità di proteggere i diritti degli uiguri e di promuovere lo stato di diritto a Hong Kong è meglio garantita con o senza un tale accordo? La mia risposta è che non stiamo parlando di una scienza esatta. Non c’è una risposta semplice da dare.” Ha concluso Michel.

Nell’ambito del “ricongiungimento” – una parola d’ordine nei circoli politici incentrati sulla Cina a Bruxelles negli ultimi due mesi – l’UE e la Cina stanno cercando di organizzare un vertice prima della fine dell’anno. L’“intenzione” di Bruxelles è quella di tenere i colloqui in un formato “27 + 1″ che coinvolga tutti gli stati dell’UE e gli alti funzionari cinesi, secondo un funzionario dell’UE che ha familiarità con la pianificazione. Ciò sarebbe accolto con favore anche da quei Paesi dell’UE i cui governi hanno espresso frustrazione per il dominio franco-tedesco sulla gestione del portafoglio cinese. Anche da Pechino è arrivata la sostanziale approvazione: “Ora ci stiamo preparando. Speriamo di farcela entro la fine dell’anno, ‘Inshallah’!”, ha detto, interrogato sul progetto, l’ambasciatore cinse presso la Ue, Zhang.

La marcia indietro della Ue manifesta palesemente il tentativo funambolistico di mantenersi in equilibrio: cercare di non rovinare definitivamente i rapporti con Pechino, dopo il forte deterioramento registrato nei primi sei mesi di quest’anno, e allo stesso tempo rafforzare il suo rapporto con l’autogoverno di Taiwan. Una “Mission impossible”, come sanno bene i più informati tra gli alti esponenti dell’UE, i quali sanno altrettanto bene che perseguire quest’ultimo obiettivo comprometterà inevitabilmente il primo. “Stiamo esaminando possibili opzioni alternative per rafforzare il nostro impegno con Taiwan, che rimane un partner commerciale importante e con idee simili. Si tratta di un work in progress”, ha detto la portavoce della commissione per il commercio dell’UE, rispondendo a una richiesta di chiarimenti del quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, South China Morning Post.

Risulta abbastanza evidente a chiunque segua con attenzioni le questioni cinesi, come l’esito del vertice di ieri Biden-Xi stia già esercitando una forte influenza sulle diplomazie internazionali, in primis su quella di Bruxelles, che insieme a molte altre sta valutando un riposizionamento su molte questioni che investono direttamente il rapporto col Dragone. E forse più ancora stanno influendo sul modo in cui l’Occidente – e non solo – “guarda” e “guarderà” a Pechino, le inaspettate critiche al maoismo e all’operato di Mao, riportate nella storica “Risoluzione” presentata da Xi Jinping e approvata dall’ultimo Plenum del PCC, rese pubbliche ieri. Segno, forse, che qualcosa sta cambiando nel difficile rapporto tra Pechino e l’Occidente democratico.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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