Riad si è posta il problema dell'aumento dei dissidenti

marco gritti

L'Arabia Saudita ha un problema con gli emigrati, con chi cioè lascia il Regno per andare a vivere altrove. Stati Uniti, Canada ed Europa le mete principali. Nel 2016, il Consiglio della Shura (una sorta di Parlamento con funzioni esclusivamente consultive) aveva avvertito che un milione di sauditi vivevano all'estero. Tra di loro, anche i dissidenti del regime, gli oppositori della famiglia Al Saud, quella che governa Riad da quasi un secolo.

Cinquantamila richiedenti asilo entro dieci anni

La chiamano diaspora saudita, cioè la fuga dalla madrepatria. Secondo il Financial Times (FT), che ha dedicato un lungo articolo al tema, la questione preoccupa il Regno al punto da convincere Riad a commissionare uno studio per valutare la portata del fenomeno.

L'analisi, scrive il quotidiano economico inglese che ha ricevuto le informazioni da due fonti informate sul tema, è ancora in corso e probabilmente non verrà resa pubblica. Ma qualche stima comincia a circolare: sembra che il numero di richiedenti asilo politico sauditi raggiungerà i 50.000 entro il 2030. Esclusi da questo conteggio, che prende in considerazione solo chi chiederà protezione internazionale, il milione di cittadini che già vivono all'estero e chi, nel prossimo decennio, deciderà di fare lo stesso per motivi, ad esempio, di studio o di lavoro.

Cinquantamila persone è un numero considerevole, soprattutto considerato che le domande, nel 2017, erano state 815, un dato comunque in notevole crescita rispetto ai poco più di duecento casi registrati nel 2012.

Nelle pagine del rapporto ci sarebbe anche il suggerimento, rivolto ai governanti, di adottare un approccio più morbido nei rapporti con gli oppositori. Meglio coltivare e gestire il dissenso in patria, insomma, piuttosto che lasciarlo sfogare altrove.

Anche perché all'estero è più facile denunciare: “Buona parte della preoccupazione di chi governa è che questi gruppi all'estero si impegnino in attività di lobbying in realtà come le Nazioni Unite, l'Unione europea e il Congresso degli Stati Uniti", ha dichiarato al FT un attivista fuggito da Riad che ora vive in Europa.

Persone che "hanno giocato un ruolo centrale nelle critiche all'Arabia Saudita. Se fossero restate in silenzio, la comunità internazionale avrebbe dimenticato e spostato l'attenzione altrove".

Le lettere per far rientrare i dissidenti

L'attenzione verso i dissidenti è probabilmente aumentata dopo l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita a Istanbul lo scorso autunno, una morte per la quale anche l'Onu nutre forti sospetti verso il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Lo scorso giugno, un rapporto di Agnes Callamard, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sosteneva che vi siano “indizi credibili” nei confronti di Mbs.

Il caso Khashoggi aveva acceso i riflettori sulle violazioni dei diritti in Arabia Saudita – l'Agi aveva raccolto la testimonianza della blogger Omaima Al Najjar - e al tempo stesso aveva messo in allerta polizia e dissidenti in esilio da Riad.

Middle East Eye, per esempio, ha raccontato le storie di quattro attivisti sauditi a cui l'Fbi ha fatto visita per renderli consapevoli dei rischi che corrono, e suggerendo loro di evitare alcuni luoghi del mondo.

Dissidenti che, dai loro luoghi in cui vivono, lanciano appelli e cercano di raccontare le storie proprie e di chi è rimasto nel Regno. Per questo motivo, scrive il FT, l'Arabia Saudita sta cercando di convincere i suoi cittadini all'estero a tornare sui propri passi prima che intacchino la reputazione del principe ereditario, del suo programma di riforme e della cosiddetta Saudi Vision 2030, il piano di sviluppo del paese per il prossimo decennio.

Il modo in cui lo fanno? Lo hanno raccontato le fonti al quotidiano londinese, ed è piuttosto diretto: “Qualcuno vicino alla leadership o un altro mediatore in genere ti contatta e dice: 'Ho un messaggio personale dal principe ereditario', promettendo che non ci sarebbero né ripercussioni né pene detentive in carcere se si decidesse di accettare l'offerta". L'offerta di far rientro in patria.