Ricerca: esperta, in studi anche animali sono maschi, piu' quote rosa

Milano, 15 giu. (Adnkronos Salute) - "Le donne e gli uomini sono diversi fin nell'ultima cellula del loro organismo. Ecco perché non si possono fare studi senza commettere errori metodologici se non si coinvolgono anche le donne valutate in tutte le fasi della vita 'in rosa'. Purtroppo, invece, ancora oggi i trial prediligono il sesso forte. Sono maschi persino gli animali arruolati nelle sperimentazioni". Parola di Flavia Franconi, farmacologa dell'università di Sassari e paladina della medicina di genere in Italia con il Giseg (Gruppo italiano salute e genere) e la Società italiana di medicina di genere, intervenuta oggi al convegno 'La salute della differenza - politiche e orientamenti per la medicina di genere', organizzato a Palazzo Lombardia con il contributo incondizionato di Novartis.

"I trial - spiega la scienziata a margine dell'evento - coinvolgono pochissime donne per diversi motivi. Ci sono gli ostacoli economici in primo luogo. Arruolare le donne è molto difficile. Nel gentil sesso c'è un mondo variegato e andrebbe valutato in ogni sua sfaccettatura. C'è la donna in gravidanza, la donna fertile da considerare in ogni fase del suo ciclo, quella in menopausa e quella giovane che allatta. Un forte freno è poi la paura: quella degli esperti su possibili effetti sul feto nel caso di donne in gravidanza, ma anche la ritrosia della donna, pilastro della famiglia, a entrare nei trial. La paura si estende a tutte le ricerche, anche quelle sugli animali dove appunto si arruolano perlopiù esemplari maschi".

Eppure, continua Franconi, "il sesso conta persino per le cellule, in quanto incide anche sul destino cellulare profondamente diverso fra maschi e femmine. Nonostante tutto, però, uno studio recente segnala che nell'80% dei casi non si conosce il sesso delle cellule su cui si sta portando avanti una sperimentazione". La specialista chiede "più quote rosa e attenzione alle differenze di genere. I settori prioritari in cui intervenire in questa direzione sono le malattie cardiovascolari, le malattie respiratorie che vedono un aumento della Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva) proprio nell'universo rosa, e il diabete. Quanto a quest'ultima patologia, basti pensare che fra tutti i modelli sperimentali per il diabete di tipo 2, ce n'è solo uno in cui donne e uomini si ammalano nello stesso modoE poi ci sono casi in cui la malattia è donna. La sclerosi multipla, per esempio. "Su questo fronte il problema della malattia di genere è in fase di esasperazione", spiega Giancarlo Comi, direttore del Dipartimento di neurologia e Istituto di neurologia sperimentale (Inspe) dell'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, uno dei massimi esperti di sclerosi multipla. "La frequenza della malattia sta aumentando, ma esclusivamente nel sesso femminile. La barca pende sempre più sul versante rosa. Si pensi che per la sclerosi multipla il rapporto uomo donna all'inizio del secolo scorso era paritario - la era malattia ugualmente rappresentata nei due sessi - poi, negli anni '50-60, questo rapporto era di 2 a 1. Oggi è di 3 a 1. Sulla situazione evolutiva sfavorevole per il gentil sesso, sospettiamo pesino fattori ambientali, pensando al cambiamento di stili di vita nella donna, fumo in cima alla lista".

Altro aspetto da prendere in considerazione per l'esperto è "che nella prospettiva della personalizzazione della medicina, un trattamento deve essere sempre più mirato alle peculiarità di ciascuno. E donne e uomini rispondono diversamente alle terapie. Tutto ciò porta a dover tenere assolutamente conto del problema di genere come elemento fondamentale. Da una serie di studi sulla sclerosi multipla, sappiamo che l'evoluzione della malattia è diversa nella donna, l'andamento è tendenzialmente migliore. Gli ormoni sessuali sembrano in grado di mitigare l'aggressività della malattia".

"Uno studio multicentrico italiano - conclude Comi - si propone di studiare se l'aggiunta di estrogeni alla terapia standard a base di interferone beta comporti modificazioni positive nell'evoluzione della malattia. Lo studio si chiama 'Behaviour' e vede impegnati i 20 centri più prestigiosi della Penisola. Punta a confrontare pazienti che fanno uso di contraccezione ormonale e altre che fanno uso di contraccezione meccanica, al fine di verificare in modo naturale se l'aggiunta del trattamento ormonale incide sul destino della malattia".

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