Ridurre la CO2 con le macroalghe: ecco lo studio

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Non è infrequente che sia la natura stessa a fornire rimedi contro elementi e azioni che ne minaccino l’integrità. Nello specifico caso di cui parliamo, il rimedio è nelle alghe. Anzi, nelle macroalghe. Un recente studio condotto dal KAUST Red Sea Research Center di Jeddah (Arabia Saudita), diretto da Carlos Duarte e firmato da Alejandra Ortega, ha fatto emergere inaspettatamente un ruolo decisivo nei processi di immagazzinamento del carbonio sotto forma di biomassa da parte di macroalghe come il sargasso (Sargassum) e il kelp, appartenenti alla classe Phaeophyceae.

Lo studio è stato pubblicato su Nature Geoscience, e vi si legge di come il possibile contributo delle macroalghe al sequestro del carbonio sotto la suddetta forma sia stato a lungo ignorato. Ortega precisa che ciò è accaduto a causa della natura stessa delle alghe, cioè organismi di struttura vegetale privi di radici, dunque flottanti e difficili da seguire e monitorare sulla lunga distanza. Osservazioni e calcoli recenti stanno invece portando alla luce uno scenario diverso: le macroalghe possono infatti inglobare notevoli quantità di carbonio che viene poi rimineralizzato, depositato vicino alle coste o sequestrato nelle profondità oceaniche.

Per dare una valutazione quantitativa del fenomeno, i ricercatori del KAUST hanno esaminato il DNA di materiali particellati provenienti dai mari del pianeta e, raccolti lungo colonne d'acqua che dalla superficie si sono inabissate fino a quattromila metri di profondità. Il DNA delle macroalghe è stato trovato ovunque: sia nei campioni profondi, sia in campioni raccolti a grande distanza dalla costa. La scoperta è importante perché permette di ritenere che il carbonio capace di raggiungere profondità superiori ai 1.500 metri possa considerarsi "sequestrato" in modo permanente.

Le macroalghe potrebbero dunque fungere da serbatoi dell’elemento, trasformandosi così in spazzini atmosferici che, assorbendo il carbonio dalla CO2 e inglobandolo a grandi profondità, ne impedirebbero il rilascio nell’atmosfera anche per lunghi periodo di tempo.