I rischi di una no-fly zone in Libia, senza una strategia politica

marta allevato

La no-fly zone sulla Libia, come strumento per arrivare alla cessazione delle ostilità, è fattibile dal punto di vista tecnico, ma deve avere dietro una strategia con un chiaro obiettivo politico, che oggi non c'è. Ad evidenziare le incognite che si celano dietro un'ipotesi di questo genere, tema dibattuto tra le cancellerie europee, sono alcuni analisti militari, sottolineando che un'opzione del genere è a tutti gli effetti "un'operazione militare bellica, perché comporta l'abbattimento" di ogni mezzo a cui viene interdetto il volo.

"Bisogna avere consapevolezza che la no-fly zone significa avviare le ostilità con l'uso delle armi, significa varcare la famosa linea rossa", fa notare all'Agi il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica militare e della difesa e consigliere scientifico all'Istituto affari internazionali (Iai).

"È fattibile dal punto di vista tecnico, ma bisogna verificarne l'opportunità politica", continua il generale Camporini, "e porci la domanda contro chi la facciamo: contro tutti i velivoli non identificati, contro il premier di Tripoli Fayex al-Sarraj, contro il suo rivale Khalifa Haftar, contro i droni turchi? Si apre un ventaglio da brividi con un'operazione del genere".

Stessi quesiti che si pone Gianandrea Gaiani, direttore della testata Analisi Difesa: "Qual'è la strategia? Per difendere chi e contro chi? Nel 2011, fu utilizzata per proteggere i libici da Gheddafi, ora per proteggere Tripoli da Haftar? Ci schieriamo con la Turchia nonostante il governo abbia detto che è inaccettabile che Ankara e Tripoli decidano autonomamente quali siano i limiti delle acque territoriali, senza coinvolgere un Paese come la Grecia?".

Per instaurare una no-fly zone serve inviare aerei e questo avverrebbe "in un momento in cui la contraerea libica è di tutto rispetto", aggiunge Gaiani, ricordando che "poche settimane fa la contraerea di Haftar ha abbattuto un drone italiano".