Rischia 15 anni di carcere lo storico russo che scoprì le fosse comuni del Terrore staliniano

Marta Allevato
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AGI -  Arresti, perquisizioni e processi contro attivisti e giornalisti si sono intensificati in Russia dopo che il presidente Vladimir Putin, con un plebiscito popolare, si è assicurato una massiccia riforma della Costituzione che gli permetterà di rimanere al Cremlino, potenzialmente, fino al 2036. I difensori dei diritti umani e alcuni media sono tornati a parlare di 'nuovo '37', un'espressione tirata fuori spesso in questi 20 anni di potere di Putin: si riferisce all'anno in cui le repressioni messe in atto da Stalin arrivarono all'apice. Nel mirino di questa nuova ondata vi è anche lo storico del Gulag Yuri Dmitriev, che il 22 luglio rischia di essere condannato da un tribunale di Petrozavodsk a 15 anni di carcere.

La scoperta scomoda della fossa comune di Sandarmorkh

Secondo i suoi sostenitori - tra cui la Ong Memorial di cui è membro e che porta avanti un prezioso lavoro di recupero della memoria delle repressioni politiche in Russia - la sua colpa è quella di aver scoperto e portato all'attenzione internazionale alcune fosse comuni come quella di Sandarmokh, nelle foreste della Carelia al confine con la Finlandia, dove negli Anni '30 furono fucilate e sepolte circa settemila vittime del Grande Terrore staliniano. Impegnata a rivalutare il ruolo del dittatore sovietico nella trasformazione della Russia in una potenza mondiale, la narrativa ufficiale si è affrettata a concludere che a Sandarmokh a essere uccise non fossero state solo le vittime di Stalin, ma anche soldati dell'Armata Rossa, giustiziati dall'esercito finlandese nella Seconda Guerra Mondiale. Ipotesi ritenuta infondata da decine di storici.

Scagionato e arrestato di nuovo

Il caso Dmitriev risale al 2016, ma continua a rimanere emblematico della guerra in atto sulla memoria delle vittime delle repressioni politiche in Urss, tema tra i più sensibili per il Cremlino, preoccupato anche di non accendere tensioni sociali su un passato che ha visto vittime e carnefici spesso convivere nella stessa famiglia. Nel dicembre 2016, mentre stava completando un volume con i nomi di oltre 60 mila vittime di Stalin in Carelia, al confine con la Finlandia, lo studioso viene arrestato e accusato di produzione di materiale pedopornografico; viene poi assolto ad aprile 2018, dopo numerose testimonianze a suo favore e le perizie di esperti che hanno stabilito la sua innocenza. Pochi mesi dopo, a giugno, la Corte Suprema della Carelia annulla il verdetto e ordina un secondo processo, ma questa volta l'accusa è di molestie sessuali sulla figlia adottiva minorenne, che rilascia una testimonianza con molta probabilità estorta dagli inquirenti. Dmitriev viene arrestato e si trova ancora in carcere, in attesa di giudizio.

Il Cremlino contro Ong e ricercatori indipendenti

In un Paese dove identità e luoghi di sepoltura delle vittime di centinaia di migliaia di processi sommari durante il Terrore staliniano sono ancora spesso sconosciuti, sarebbe sbagliato pensare che la questione della memoria riguardi solo una ristretta cerchia di studiosi ed esperti. Ed è questa convinzione che ha da sempre mosso la ricerca di Dmitriev, come spiega all'AGI Andrea Gullotta, professore di Lingue e culture moderne all'Università di Glasgow ed esperto di letteratura del Gulag, che con lui ha lavorato: "La storia del Gulag e delle repressioni sovietiche è la storia di uno Stato che decide cosa fare dei suoi cittadini. In una società sana, dovrebbe essere l'inverso; Dmitriev sostiene che se i russi capiranno meglio il loro passato, allora potrebbero rivedere completamente il loro atteggiamento verso lo Stato". Gullotta riconosce che le autorità russe hanno fatto molto per la memoria del Gulag investendo in musei e contribuendo a non spegnere i riflettori su questa dolorosa pagina della storia nazionale, "ma negli ultimi anni alcuni tra i ricercatori e le Ong che non si uniformano all'idea che il passato e' passato e ora è tempo di concentrarsi solo su un fulgido avvenire sono stati messi sotto pressione". "C'è un tentativo di occupare gli spazi della memoria, togliendola dalle mani di Ong e ricercatori indipendenti". Il caso Dmitriev, ora, rappresenta forse il più importante momento in questa 'guerra'.