Rischio guerre spaziali tra Pechino e la flotta di satelliti Starlink di Elon Musk

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Elon Musk, the Chief Engineer of SpaceX, speaking about the Starlink project at MWC hybrid Keynote during the second day of Mobile World Congress (MWC) Barcelona, on June 29, 2021 in Barcelona, Spain.
 (Photo by Joan Cros/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via NurPhoto via Getty Images)
Elon Musk, the Chief Engineer of SpaceX, speaking about the Starlink project at MWC hybrid Keynote during the second day of Mobile World Congress (MWC) Barcelona, on June 29, 2021 in Barcelona, Spain. (Photo by Joan Cros/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via NurPhoto via Getty Images)

“I satelliti di Starlink sono solo un mucchio di spazzatura spaziale”; “Armi americane per la guerra spaziale”; ”[Elon] Musk è una nuova “arma” anti-cinese creata dal governo e dai militari degli Stati Uniti”; “ l’intera razza umana pagherà a causa dei guai causati da Musk”. Sono solo alcuni tra le migliaia di post – e nemmeno i più “cattivi”, che hanno invaso i social e il web cinesi dopo che si è diffusa la notizia della protesta ufficiale, presentata dalla Cina all’Agenzia Spaziale dell’Onu, contro Starlink, la flotta di satelliti messi in orbita dal geniale miliardario di origini sudafricane, il “signor Tesla”, al secolo Elon Musk, appunto.

Gli incidenti che hanno scatenato l’ira di Pechino – e la campagna d’odio sull’Internet cinese – sarebbero stati due, e si sarebbero verificati – si legge nel documento di Pechino pubblicato sul sito Web dell’Agenzia - rispettivamente il 1° luglio e il 21 ottobre scorsi. Per ben due volte, si è lamentata la Cina, la sua stazione spaziale Tiangong sarebbe stata costretta ad effettuare complesse, rischiose (e probabilmente anche costose…) manovre di emergenza per evitare la collisione con alcuni satelliti del progetto Starlink di Musk. Gestito da SpaceX, il progetto ha messo finora in orbita attorno alla Terra più di 1.600 satelliti ed ha ricevuto dalla Federal Communications Commission Usa l’autorizzazione per lanciarne fino a 12mila. I due “incontri ravvicinati”, molto poco graditi da Pechino, sono ancora oggetto di verifica da parte dell’organismo delle Nazioni Unite deputato alla vigilanza – e al controllo del rispetto dei trattati internazionali - sullo Spazio. “I fatti esposti dal Governo Cinese”, ha dichiarato prudentemente un portavoce dell’Agenzia, “sono tuttora oggetto di un’analisi indipendente”. “Per motivi di sicurezza, la Stazione spaziale cinese ha implementato un controllo preventivo per evitare le collisioni”, ha ribattuto da parte sua Pechino.

La vicenda investe una vasta serie di “criticità” che riguardano in primis il già “complicato” rapporto tra Musk e la Cina, non tanto nello Spazio, quanto nell’ambito del “core business” del geniale inventore di Tesla: le auto elettriche, il loro sviluppo e soprattutto, la loro vendita in quello sterminato mercato che è la Cina. Ma, nello stesso tempo, squarciano il velo su tutta una serie di problematiche e di potenziali criticità che vanno al di là degli interessi cinesi del geniale miliardario, ed investono il delicato rapporto tra le due superpotenze – Sati Uniti e Cina - sulla “gestione” dello Spazio.

“Elon Musk ha bisogno della Cina. La Cina ha bisogno di lui. La relazione è complicata” ha recentemente – ed efficacemente – titolato un editoriale del Wall Street Journal. Per attirare Tesla, infatti, il governo cinese ha riscritto le regole per le imprese automobilistiche straniere, ma negli ultimi tempi per l’azienda di Musk il terreno cinese si sta facendo sempre più accidentato. E questo imbarazzante “incidente spaziale” che avrebbe coinvolto i suoi satelliti, non lo aiuta sicuramente. Fino a poco tempo fa, Elon Musk era la “carta” più forte che il presidente Xi Jinping intendeva giocarsi per fare della Cina il futuro centro industriale e di innovazione tecnologica del mondo. Secondo i funzionari coinvolti nel processo decisionale, Xi considerava l’imprenditore di origine sudafricana un utopista tecnologico senza alcuna fedeltà politica a nessun paese, e vedeva la sua Tesla Inc. come la punta di diamante che avrebbe contribuito in maniera decisiva a rendere la Cina una potenza nel mercato delle automobili ad energia “pulita”. Il “matrimonio” (più di convenienza, che d’amore, per entrambi) tra Xi ed Elon è stato inizialmente sugellato dal lancio del veicolo Tesla Model 3 made in China, nel 2019. L’obiettivo era di quelli assai ambiziosi: raggiungere le 500mila auto prodotte all’anno (tante quante quelle prodotte nell’intero 2020 in tutto il mondo). L’amore tra i due era tale, che il premier Li Keqiang aveva addirittura deciso di concedere a Musk la carta d’identità per i residenti stranieri. Al centro degli interessi di Musk in Cina sta una cosa che si chiama – efficacemente – “Tesla Gigafactory 3”, un mega stabilimento che si estende su ben 864.885 metri quadri, impiegando oltre 2mila dipendenti e in grado – da solo - di generare ben 345 milioni di dollari in tasse che Musk verserà allo Stato cinese a partire dal 2023.

Ma a guastare i piani del grandioso progetto di Xi – e dell’idillio con Musk - ci si è messo prima l’ex presidente Usa Trump, che ha bloccato virtualmente la possibilità di esportare tecnologia e know-how americano verso la Cina, e poi la diffidenza – sempre in aumento – degli stessi cinesi nei confronti di Musk e delle sue automobili, strapiene come sono di tecnologia per il controllo e la comunicazione hi-tech. Le sue auto – questa la paura della Cina - raccolgono enormi quantità di dati. Necessari ad “istruire” gli algoritmi. E mentre la Cina intensifica i controlli sulle nuove tecnologie, nel timore che i suoi dati sensibili possano venire esportati all’estero, la cosa impensierisce non poco i Servizi Segreti di Pechino e le agenzie cinesi che vigilano sulla Sicurezza Informatica del Dragone. A scatenare i sospetti verso Musk ci si sono messi – ovviamente, verrebbe da dire – i suoi concorrenti locali. A marzo scorso, SAIC Motor Corp. (Shangai Automotive Industry Corporation), azienda leader nella produzione di veicoli statali, ha cominciato a chiederei ai legislatori di affrontare i problemi di sicurezza nazionale dovuti alla presenza di aziende di macchine elettriche straniere, forte di un recente rapporto della società di sicurezza informatica “360”. Una mossa che, manco a dirlo, ha messo Tesla in cima alla lista dei sospettati. In questo quadro, l’incidente stellare reso noto oggi da Pechino potrebbe mettere una pietra tombale su di un rapporto che – già da tempo – era passato dall’“amore a prima vista” a un imminente divorzio. Ma c’è anche la questione “spaziale” vera e propria.

Gli Usa non sono per niente convinti, infatti, che il programma spaziale cinese sia alimentato dal puro e semplice desiderio di “esplorazione” e di “progresso scientifico”. Credono che si tratti di un programma che ha in realtà un solo vero scopo: spiarli. O peggio, attaccarli. Una preoccupazione che – agli occhi di Washington – avrebbe trovato ulteriore conferma nei giorni scorsi, quando si è saputo che Beijing-3, un piccolo satellite commerciale da una tonnellata lanciato dalla Cina a giugno, ha eseguito una scansione approfondita dell’area centrale della Baia di San Francisco (3.800 chilometri quadrati) In soli 42 secondi, catturando migliaia di immagini, tanto nitide e soprattutto in così rapida successione - da identificare un veicolo militare per strada e poter dire che tipo di arma trasportava, hanno affermato gli esperti Usa. Le immagini, scattata da un’altitudine di 500 chilometri, hanno una risoluzione di 50 centimetri per pixel. Il satellite ha dimostrato di essere in grado di scattare fotografie mentre il suo corpo ruotava ad una velocità altissima, fino a 10 gradi al secondo, una velocità mai vista prima su un satellite. Il tempo di risposta di Beijing-3 è da 2 a 3 volte più veloce di quello di WorldView-4, il satellite per l’osservazione della terra più avanzato sviluppato dagli Stati Uniti con una tecnologia simile. Rispetto a WorldView-4, la banda di scansione di Beijing-3 è più ampia del 77% (23 km per il satellite cinese rispetto ai 13 km del satellite americano) e inoltre quello cinese pesa solo la metà. Grazie alla tecnologia di Intelligenza Artificiale installata a bordo, infine, il nuovo satellite cinese sarebbe in grado di pianificare automaticamente il suo programma di volo arrivando a monitorare fino a 500 aree di interesse in tutto il mondo con quasi 100 aggiornamenti al giorno, con la capacità do rilevare la presenza di bersagli prefissati e di inviare le loro foto mirate al controllo a terra, con una frequenza e una precisione finora mai raggiunte.

“La Cina ha iniziato relativamente tardi con la tecnologia satellitare agile, ma ha raggiunto un gran numero di risultati in un breve periodo di tempo”, ha scritto la scienziata capo del progetto, Yang Fang in un articolo pubblicato sulla rivista Spacecraft Engineering questo mese, firmato assieme ai suoi colleghi della DFH Satellite Company. “Il livello della nostra tecnologia satellitare ha ormai raggiunto una posizione di leader mondiale”, conclude l’articolo.

E il messaggio rivolto agli americani non potrebbe essere più chiaro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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