Ristoranti, il coperto non sparisce dal conto. E’ un costo tutto italiano

Fabrizio Arnhold
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“Mi porta il conto per favore?”. E puntualmente salta fuori la voce “coperto”, con un costo che solitamente varia dai 2 ai 4 euro. Al ristorante si paga, spesso con un ricarico eccessivo, il vino, d’accordo spendere qualcosa in più per un piatto creativo e passi pure un prezzo un po’ troppo alto per una bibita, ma non si capisce il senso del coperto. La vocina, spesso nascosta tra la tante, a fine serata è sempre presente, almeno a Milano. Nei locali di Roma, per fortuna, l’odioso importo sta scomparendo.

Il coperto è il coperto. C’è chi lo associa ad una gabella da pagare perché l’oste porta in tavola il pane. Altri sono rassegnati da sempre e danno la colpa alle stoviglie o alla tovaglia. “Noi i piatti li laviamo”, bisbigliano da qualche cucina. E ci mancherebbe. Il costo, però, dovrebbe essere abbondantemente compreso nei piatti che si ordinano a pranzo, o per cena. Che il coperto sia una sorta di tassa occulta, utile per far lievitare, seppure non di molto il conto, si capisce chiaramente quando si va a mangiare nei ristoranti d’alta cucina: lì quasi sempre è abolito.

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La sua storia è antica. Il coperto nasce nell’epoca in cui nelle locande si andava con il cibo portato da casa e si ordinava giusto il vino. Allora si trattava di un costo per l’occupazione dello spazio e per la fornitura di piatti e posate. Oggi al massimo ci si può portare da casa la bottiglia, riconoscendo al locale un piccolo “diritto di tappo”, il disturbo per tenere la bottiglia in fresco, stapparla e farsi versare da bere. Il cibo no, è quello dello chef. E’ un’antipatica consuetudine tutta italiana. In Francia, ad esempio, è stato cancellato per legge. Ecco perché il coperto dovrebbe sparire anche da noi. E i piatti continuare ad essere puliti.

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