Ritorno dall’invisibilità: a Bilbao le donne dell’astrazione

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Bilbao 27 ott. (askanews) – La storia dell’arte moderna raccontata da un’altra prospettiva: quella delle protagoniste femminili dell’avanguardia, delle loro visioni e delle loro pratiche, che la narrazione ufficiale ha a lungo marginalizzato fino a renderle in molti casi letteralmente invisibili. E intorno a questo grande rimosso il Museo Guggenheim Bilbao ha costruito una mostra importante, ‘Donne dell’astrazione’, che porta la firma di Christine Macel, curatrice capo del Centre Pompidou di Parigi. ‘Non c’è niente che non sapevamo – ha detto ad askanews – perché tutto era già lì. Ma non era visibile, è questo il punto: la visibilità e l’invisibilizzazione, che è un processo che molte donne hanno dovuto affrontare perché la storia dell’arte era scritta soprattutto da uomini. Questa situazione è cambiata a partire dagli anni Settanta e adesso, almeno da una decina d’anni, vediamo una nuova storia dell’arte’.

L’esposizione è vastissima, ricca di sfumature e di storie e dimostra come la parola ‘astrazione’ possa essere usata efficacemente in molti modi e con molti materiali. Come ha sottolineato anche la curatrice del museo basco Lekha Hileman, che ha collaborato con Macel e Karoline Lewandowska alla costruzione del progetto. ‘E’ un’occasione straordinaria – ci ha detto Hileman – per vedere i lavori di tante artiste che hanno lavorato, in maniere molto diverse, ma sotto il grande ombrello dell’astrazione’.

La storia dell’astrattismo raccontata al Guggenheim Bilbao parte da lontano, da artiste del XIX secolo e da opere, come per esempio la ‘Serpentine Dance’ di Loie Fuller, del 1897, che già dimostra la varietà delle pratiche, e passa da storie come quelle delle pochissime donne del Bauhaus, a cui era permesso lavorare solo nel ramo dei tessuti producendo, come nel caso di Gertrud Arndt o di Benita Koch-Otte dei magnifici tappeti che poi, incidentalmente, sostentavano l’intera scuola del modernismo. Non mancano ovviamente i grandi nomi, che comunque non hanno avuto mai vita facile.

‘Nella mostra – ha aggiunto Christine Macel – vediamo Sonia Delaunay, ma lei stesa ha dovuto lottare per essere riconosciuta come suo marito, Robert Delaunay. Anche per le donne più famose c’era da sostenere una lotta e c’è stato anche un periodo nel quale una donna non cercava il riconoscimento come oggi’.

Tra strutture volanti di Aurelia Munoz e video straordinari di Judy Chicago, tra la danza di Lucinda Childs e gli oggetti ottici di Dadamaino, per arrivare alle stupefacenti strutture sospese e inafferrabili di Claire Falkenstein e Ruth Asawa, la mostra si radica dentro la stessa natura del museo, come ha sottolineato anche il direttore Juan Ignacio Vidarte. ‘L’astrazione – ha detto presentando l’esposizione – è stato il tema intorno al quale è nata la prima collezione del Museo Guggenheim, nello stesso modo ci siamo sempre occupati del lavoro delle donne, fino dalle prime mostre, come quella dedicata ad Helen Frankenthaler’.

E proprio due grandi dipinti della pittrice americana sono uno dei (tanti) cuori pulsanti dell’esposizione, con la loro capacità di fornire un nuovo senso a molta della storia recente della pittura astratta. Che a Bilbao dialoga ovviamente anche con la struttura architettonica dell’edificio di Frank Gehry. ‘Quello che mi offre, da un punto di vista curatoriale – ha aggiunto Lekha Hileman – è l’opportunità di poter lavorare sia con opere storiche che sono di dimensioni ridotte sia con installazioni più contemporanee, come quella alle mie spalle, che richiedono più spazio e diverse condizioni di visione’.

Una visione che, alla fine del percorso espositivo, è quella di una pluralità di voci che lasciano un racconto aperto, possibile, fluido e magnetico. Che guarda al mondo oltre l’occidente e oltre le letture dei canoni consolidati abbracciando tutte le forme di quella cosa che chiamiamo arte.

(Leonardo Merlini)

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